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Circolare n. 32 del 1 luglio 2014 del Ministeo dell’Interno sulla legge 7 aprile 2014, n. 56 “Linee guida per lo svolgimento del procedimento elettorale.”

 

La Circolare informa che domenica 28 settembre 2014 ci sarà l’elezione di secondo grado dei consigli metropolitani, dei consigli provinciali e dei presidenti di provincia. La circolare inoltre chiarisce:

  • che le Province sono enti competenti per l’organizzazione delle consultazioni elettorali;
  • quali sono le indicazioni per attuare le disposizioni sulla ponderazione del voto di secondo grado;
  • che sono eleggibili a consigliere provinciale e a presidente di Provincia anche tutti i consiglieri provinciali, tra cui i presidenti, delle Province i cui organi siano scaduti tra la fine del 2011 e il 2014 purché gli amministratori fossero in carica al momento della scadenza.

(04-07-2014)

Documenti

circolare_mininterno_1_luglio_2014 Fonte: http://www.upinet.it/4306/istituzioni_e_riforme/elezioni_di_secondo_grado_dei_consigli_metropolitani_dei_presidenti_delle_province_e_dei_consigli_provinciali_nelle_regioni_a_statuto_ordinario/

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 di Tommaso Del Lungo

Nel Decreto Legge sulle liberalizzazioni, viene annunciata una boccata d’ossigeno per i creditori delle PA: immediatamente disponibili 5,7 miliardi di euro per estinguere parte dei debiti accumulati dalle amministrazioni pubbliche verso i creditori. Ma da dove spuntano questi soldi? Semplice: da comuni, province e regioni, che dal 29 febbraio prossimo saranno obbligati a versare la propria liquidità di cassa a Banca d’Italia. Ne parliamo con Carlo Rapicavoli, Direttore Generale della Provincia di Treviso che in un recente articolo ha sollevato il problema. 

In molti hanno salutato con entusiasmo la pubblicazione in gazzetta ufficiale, lo scorso 24 gennaio, del Decreto Legge 1/2012“Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività”, cosiddetto decreto sulle liberalizzazioni. In particolare nell’analisi che ne ha fatto la stampa è stato dato risalto al fatto che l’art. 35 del Decreto indica che il debito della PA verso i fornitori (che per Confindustria ammonta a circa 70/90 miliardi) venga alleggerito immediatamente, rendendo subito disponibili 5,7 miliardi. In pochi però si sono soffermati nell’analisi del modo in cui lo Stato reperirà questa cifra. Noi lo abbiamo appreso grazie ad un articolo diCarlo Rapicavoli, Direttore Generale della Provincia di Treviso, che denunciando una grave “compressione dell’autonomia degli enti locali”, spiega che l’improvvisa liquidità dello Stato non è poi così improvvisa, ma deriva dal ritorno (fino al 2014) dell’istituto della tesoreria unica per tutti gli enti locali. Si tratta, quindi, della liquidità accumulata da regioni, province e comuni, che – in due trance, il 29 febbraio e il 16 aprile – saranno obbligati a versare alla Banca d’Italia, prima il cinquanta, poi il cento per cento delle somme depositate sui loro conti correnti.

“Si tratta di una grave limitazione dell’autonomia delle regioni e degli enti locali – spiega Rapicavoli – che in questo modo vengono privati di un importante strumento di gestione finanziaria che è risultata ampiamente vantaggiosa per le casse pubbliche. Un atto che non mi sembra eccessivo paragonare ad un commissariamento”. 

Il prima e il dopo

Cerchiamo di chiarire bene, però, di cosa stiamo parlando e cosa cambia con l’articolo 35 del Decreto liberalizzazioni del Governo Monti. La norma attualmente in vigore in tema di tesoreria per gli enti locali e regionali risale al 1997 e – dopo un periodo di sperimentazione – è entrata a regime nei primi anni Duemila, istituendo per le autonomie locali un servizio di tesoreria misto. “In pratica – ci spiega Rapicavoli – tutti gli enti locali possiedono un conto infruttifero presso la Banca d’Italia, all’interno del quale confluiscono i trasferimenti diretti da parte dello Stato; ed un proprio sistema di tesoreria – affidato tramite gara ad un operatore commerciale del sistema bancario – in cui affluiscono i tributi locali, i pagamenti di diritti, i finanziamenti di altro tipo etc.” Per Rapicavoli questa novità ha concesso a molti enti una effettiva autonomia finanziaria e, nei casi più virtuosi, anche un notevole vantaggio economico come la possibilità di ottenere servizi a costi bassi o nulli per l’amministrazione, condizioni vantaggiose per alcune categorie di cittadini ed interessi attivi sulla liquidità accumulata.

Con il Decreto liberalizzazioni, invece, si sospende la norma del 1997 (almeno fino al 31 dicembre 2014) e si torna a quella pre-vigente, datata1984, che prevede l’istituto della tesoreria unica.
Se il decreto liberalizzazioni sarà quindi convertito in legge con lo stesso testo con cui è stato approvato dal Consiglio dei Ministri, gli enti dovranno trasferire alla Banca d’Italia tutta la liquidità depositata presso il proprio tesoriere. Inoltre, nel caso in cui esistano investimenti diversi dai titoli di stato, questi devono essere smobilizzati (senza alcuna analisi dell’eventuale vantaggio o svantaggio) e la liquidità deve confluire in Banca d’Italia.

Perché è un problema

“La conseguenza più immediata – spiega Rapicavoli – è che gli enti non avranno più la possibilità di disporre direttamente della propria liquidità. L’articolo 35, infatti, è il medesimo che prevede l’impegno dello Stato di ripagare parte dei debiti accumulati negli anni con i fornitori. In Banca d’Italia, dunque, i soldi non rimarranno vincolati, ma potranno essere utilizzati per altri scopi. Non è impossibile ipotizzare una situazione in cui un ente locale emetterà un mandato di pagamento, ma la Banca d’Italia non avrà liquidità per coprirlo”. Tuttavia, sebbene importantissimo, questo è solo uno dei problemi che gli enti locali si troveranno a fronteggiare, un altro particolarmente importante in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo riguarda la cancellazione dal prossimo bilancio di un’entrata cospicua come quella degli interessi attivi.  “Gli enti virtuosi – continua Rapicavoli – che per il patto di stabilità non sono riusciti a spendere tutta la propria liquidità, perderanno in questo modo entrate significative. Stiamo parlando di cifre importanti se un ente medio come la Provincia di Treviso ha circa 60 milioni di euro «bloccati», ma che producono dei buoni interessi”.

Altro problema, non irrilevante, è che i servizi di tesoreria sono stati affidati tramite gara pubblica sulla base di alcuni parametri inseriti nei bandi. “Treviso, ad esempio, aveva fatto includere la possibilità di erogare mutui a tassi agevolati per i cittadini, o servizi aggiuntivi a costi ridotti per particolari categorie svantaggiate… il tutto a costo zero per l’amministrazione provinciale, perché la banca trovava un corrispettivo nella possibilità di gestire la liquidità dell’ente. Visto che questo requisito fondamentale verrà a mancare dovremo necessariamente rinegoziare il contratto di tesoreria, e stavolta sarà solamente un costo”. 

La ratio della norma

Date queste premesse si vede come il ritorno temporaneo alla tesoreria unica non si tradurrebbe in un risparmio, perché per interloquire con la Banca d’Italia gli enti locali dovranno comunque avvalersi dei servizi di un operatore bancario.
“Non si tratta nemmeno di una norma per arginare gli abusi dell’autonomia finanziaria – spiega Rapicavoli – perché il legislatore era già intervenuto per impedire l’utilizzo di prodotti finanziari rischiosi come i «derivati» che negli anni passati avevano generato vere e proprie catastrofi per gli enti locali”.

Insomma per Rapicavoli la ratio è abbastanza evidente: “L’amministrazione centrale si trova immediatamente con una liquidità (altrimenti impensabile) di circa 8,6 miliardi (questa la cifra prevista dalla relazione tecnica che accompagna il Decreto, ma probabilmente saranno molti di più). Tuttavia non possiamo ignorare che così facendo si cancellano tutti gli sforzi fatti per far nascere e sviluppare nelle amministrazioni locali responsabilità, capacità di programmazione e di monitoraggio della spesa, che sono la base della buona gestione dell’ente”. 

Fonte: http://saperi.forumpa.it/story/65383/i-soldi-pagare-i-debiti-lo-stato-se-li-fa-prestare-obbligatoriamente-dagli-enti-locali

Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/ 

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DOSSIER

 LE PROVINCE ALLO SPECCHIO

I BILANCI, LE CIFRE, LE FUNZIONI, I COSTI.

 

 

LE PROPOSTE DELL’UPI PER RAZIONALIZZARE IL SISTEMA

Le Province

 Le Province in Italia oggi sono 107 (escludendo le 3 Province autonome, Trento Bolzano e Aosta).

 

1. DATI DI BILANCIO

Le spese dello Stato, delle Regioni e degli Enti locali*

 

TOTALE PAGAMENTI ANNO 2010 : Settore pubblico 815 miliardi 472 milioni di euro

Settore

Spesa

Var. % 2007-09

Stato

485 miliardi di euro (di cui 309 miliardi da Enti di Previdenza – + 11% var 2007/2009)

+ 9,48%

Regioni

174 miliardi di euro (di cui 117 sanità)

+ 8,75%

Province e Comuni

80 miliardi di euro

=

Interesse sul debito

80 miliardi di euro

N.D.

             

*Fonte: elaborazione Upi su fonte RUEF (Relazione Unificata sull’Economia e la Finanza Pubblica 2010 –  Ministero dell’ Economia)

 

Sulla base dei dati di Cassa, Fonte Siope, la spesa delle Province nel 2010 è pari a 12 miliardi 158 milioni di euro.


IL RUOLO, LE FUNZIONI E I BILANCI DELLE PROVINCE

 

Nel 2010 le spese sostenute dalle Province sono state pari a circa 12 miliardi di euro, in marcata flessione rispetto al triennio precedente (- 1 miliardo 360 milioni di euro rispetto al 2008).

Queste le singole voci:

  • Mobilità, Viabilità, Trasporti: gestione trasporto pubblico extraurbano; gestione di circa 125 mila chilometri di strade nazionali extraurbane.  Spesa complessiva 1 miliardo 532 milioni di euro.

 

  • Servizi e infrastrutture per la tutela ambientale: difesa del suolo, prevenzione delle calamità,  tutela delle risorse idriche ed energetiche;  smaltimento dei rifiuti.

Spesa complessiva 827 milioni di euro.

 

  • Edilizia scolastica, funzionamento delle scuole e formazione professionale: gestione di oltre 5000 gli edifici, quasi 120 mila classi e oltre 2 milioni e 500 mila allievi.

Spesa complessiva 2 miliardi 306  milioni di euro.

 

–         Sviluppo economico e Servizi per il mercato del lavoro: gestione dei servizi di collocamento attraverso 854 Centri per l’impiego; sostegno all’imprenditoria, all’agricoltura, alla pesca; promozione delle energie alternative e delle fonti rinnovabili. Spesa complessiva 1 miliardo 159 milioni di euro

 

  • Promozione della cultura. Spesa complessiva  247 milioni di euro

 

  •  Promozione del turismo e dello sport. Spesa complessiva  235 milioni di euro

 

  • Servizi sociali. Spesa complessiva 325 milioni di euro

 

  • Costo del personale. Spesa complessiva  2 miliardi 343 milioni di euro Il personale delle Province ammonta a circa 61.000 unità.
  • Spese generali dell’amministrazione e spese di manutenzione del patrimonio (informatizzazione, patrimonio immobiliare, cancelleria, costi utenze telefoniche, elettricità, etc..)etc.  Spesa complessiva 749  milioni di euro

 

  • Indennità degli amministratori. Spesa complessiva 113 milioni di euro lordi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cosa fanno le Province

 

Le Province:

– gestiscono 125 mila chilometri di strade (l’84% del totale della rete stradale nazionale);

– hanno la manutenzione di oltre 5000 edifici scolastici tra istituti tecnici e medie inferiori, per un totale di quasi 120 mila classi e oltre 2 milioni 500 mila allievi

– gestiscono circa 2.660 palestre scolastiche sportive, impegnate per il 100% in attività extrascolastica

– gestiscono  più di 600 centri per l’impiego, i vecchi Uffici di collocamento, centri polifunzionali, che accanto alla ricerca del posto di lavoro, offrono agli utenti un percorso individuale di formazione professionale, orientamento, redazione di curricula, individuazione di percorsi di ingresso nel mondo del lavoro. In media, ogni anno oltre 3 milioni di persone in cerca di lavoro si rivolge ai centri per l’impiego

– si occupano di pianificazione territoriale, predisponendo ed adottando il piano territoriale di coordinamento, che determina le diverse destinazioni dei territori in relazione alla vocazione prevalente, la localizzazione delle maggiori infrastrutture e linee di comunicazione, le linee di intervento per la sistemazione idrica, le aree nelle quali istituire parchi e riserve.

– si occupano di ambiente, controlli ambientali, difesa del suolo, valorizzazione dell’ambiente e prevenzione delle calamità; di tutela e valorizzazione delle risorse idriche ed energetiche; di protezione della flora e della fauna, dei parchi e delle riserve naturali; organizzazione dello smaltimento dei rifiuti.

– partecipano inoltre alle politiche di sviluppo locale, grazie alle competenze in tema di industria, turismo, agricoltura, artigianato, con l’erogazione di agevolazioni,  contributi, sovvenzioni etc.

 

Gli amministratori provinciali

Con l’entrata in vigore della Legge 42/2010, a partire dall’ultima tornata elettorale appena passata, il numero degli assessori e dei consiglieri provinciali è ridotto del 20% rispetto a quanto previsto per le fasce di popolazione. Questa diminuzione apparirà più evidente con le prossime tornate elettorali.

Gli amministratori provinciali sono quindi circa 4.014. Di questi: Presidenti 107; VicePresidenti 107; Assessori 840; Presidenti Consiglio 107; Consiglieri 2.853.

I compensi degli amministratori (Province e Comuni) sono stabiliti dal Decreto Ministeriale 119 del 2000.

Secondo i dati diffusi dal Siope, il totale annuo lordo dei compensi degli amministratori provinciali ammonta a circa 113 milioni di euro (indennità e rimborsi)

Il costo è destinato a diminuire del 20% con l’entrata in vigore del decreto ministeriale attuativo del DL 78/2010  (art. 7). Di seguito, la tabella definita don il DM del Ministero dell’interno del 1 febbraio 2011.

 

Indennità di funzione mensile lorda dei Presidenti di Provincia

 

Province Nr abitanti Indennità di funzione
Province fino a 250.000 4.008,00
Province da 250.001 a500.000 4.859,00
Province da 500.001 a1.000.000 5.379,00
Province oltre 1.000.000 6.275,00

 

 

 

 

Gettoni di presenza Lordi per i consiglieri provinciali

Province Nr abitanti Indennità di funzione
Province fino a 250.000 36,00
Province da 250.001 a500.000 46,00
Province da 500.001 a1.000.000 77,00
Province oltre 1.000.000 103,00

 

 


 

 

 

 

Le province in Europa

 

Schema riassuntivo riferito all’ Europa a 25

 

(Elaborato sulla base di dati Eurostat)

 

 

14 paesi hanno tutti e 4 i livelli (gruppi di regioni, regioni, province e comuni):

Belgio, Repubblica Ceca, Germania, Grecia, Spagna, Francia, Italia, Ungheria, Paesi Bassi, Austria, Polonia, Portogallo, Finlandia, Inghilterra

3 paesi hanno solo 3 livelli (regioni, province e comuni):

Irlanda, Slovacchia, Svezia

5 paesi hanno solo 2 livelli (province e comuni):

Danimarca, Estonia, Lettonia, Lituania, Slovenia

2 paesi hanno solo un livello (comuni):

Cipro, Lussemburgo

Quindi:

tutti i paesi hanno i comuni;

23 su 25 hanno le province;

17 hanno le regioni;

14 hanno anche i gruppi di regioni.

Malta ha 68 comuni e 3 regioni ed è l’unico Stato che salta il livello Province (tutti gli altri Stati che hanno le Regioni hanno sempre anche le Province).

COSTI DELLA POLITICA E PROVINCE

Il personale politico delle 107 Province ammonta a circa 4 mila amministratori provinciali

, per un costo pari a 113 milioni di euro (dati Siope 2011).

Il costo complessivo della politica in Italia  (organi costituzionali, a rilevanza costituzionale, Presidenza del Consiglio dei Ministri, uffici di diretta collaborazione, Regioni, Comuni e Province) è pari a 6 miliardi e 500 milioni di euro. (Fonte, Bilancio preventivo dello Stato 2011).

Vuol dire che con il costo della politica nazionale si coprono i costi della politica delle Province per 60 anni.

 

 

Cosa si può tagliare subito per risparmiare

In questo momento esistono oltre 7000 enti strumentali (Consorzi, Aziende, Società) che occupano circa 24 mila persone nei Consigli di Amministrazione,  che impropriamente esercitano funzioni tipiche di Province e Comuni.

Il costo dei compensi, le spese di rappresentanza, il funzionamento dei consigli di amministrazione, organi collegiali, delle Società pubbliche o partecipate  nel 2010 è pari a 2,5 miliardi.

Eliminarli consentirebbe un risparmio immediato pari a 22 volte quello che si otterrebbe abolendo le Province.

318  mila persone hanno incarichi di consulenza nella Pubblica Amministrazione.  Per consulenze , incarichi, collaborazioni e per le spese dei vari comitati e commissioni, lo Stato ha speso nel 2009 circa 3 miliardi di euro.

 


 

LA PROPOSTA DELL’UPI:

RIFORMARE LE PROVINCE E RENDERLE PIU’ EFFICIENTI PRESTO E BENE

 

Se è vero che abolire le Province produrrebbe solo caos, è necessario riformare e razionalizzare il sistema delle autonomie locali, per rendere più efficiente  da subitola Pubblica Amministrazione. Alcuneproposte:

  1. Istituzione delle Città metropolitane, con la conseguente eliminazione della Provincia corrispondente. In questo caso, è sufficiente applicare l’articolo 23 della legge 42/2009 (quella sul federalismo fiscale). Successivamente si può passare al regime ordinario delle Città Metropolitane con la Carta delle Autonomie.
  1. Diminuzione del numero delle Province e potenziamento della dimensione territoriale.

Negli ultimi 20 anni, sotto una pressante spinta del Parlamento e delle lobby locali, contro il parere delle Province stesse e dell’Upi che si è sempre fermamente opposta, il numero delle Province è cresciuto considerevolmente. Dalle circa 70 del secondo dopoguerra si è arrivati alle attuali 107.

Una delle prerogative indispensabili perché le Province esercitino al meglio il proprio ruolo di governo di area vasta è che le dimensioni (territoriali, in termini di numero di abitanti, per variabili socio –economiche) siano ottimali. E’ possibile rivedere, secondo quanto previsto dall’art. 133 della Costituzione, le dimensioni delle Province, su iniziativa dei Comuni e sentite le Regioni. Per razionalizzare le Province non c’è bisogno di modificare la Costituzione: basta seguirne i dettami.       

 

  1. 3.      Definizione certa delle funzioni di Province e Comuni.

La sovrapposizione di competenze produce diseconomie. Chiarire le funzioni di

ciascun ente risolverebbe in maniera definitiva le duplicazioni, le sovrapposizioni,

e lungaggini burocratiche. Per farlo, basta concludere l’iter di approvazione

della Carta delle Autonomie locali, ferma in Senato, che stabilisce ‘chi fa che

cosa’ e riporta ordine nel sistema delle istituzioni locali.

  1. 4.      Eliminazione degli enti strumentali inutili. Le Province lanciano una campagna di raccolta firme per la presentazione di una proposta di legge.

Per tagliare davvero spesa pubblica inutile basterebbe tagliare i 7000 enti strumentali (Consorzi, Aziende, Società) che occupano circa 24 mila persone, che impropriamente esercitano funzioni tipiche di Province e Comuni. Eliminarli consentirebbe un risparmio immediato di almeno 2,5 miliardi di euro, un risparmio pari a 22 volte quello che si otterrebbe abolendo le Province.

Ma soprattutto in questo modo, riportando in capo a Province e Comuni funzioni che costituzionalmente loro attengono,  si introdurrebbe quell’elemento di semplificazione e razionalizzazione, che è l’obiettivo che lo Stato è chiamato a perseguire.

I tentativi che a livello parlamentare sono stati fatti per eliminare questi enti sono sempre falliti.

Per questo l’Unione delle Province d’Italia lancerà nelle prossime settimane una massiccia campagna di raccolta firme per la presentazione di una Proposta di legge di iniziativa popolare che cancelli tutti quegli Enti di nomina della politica e consolidi il ruolo  delle istituzioni democratiche che i cittadini liberamente eleggono.

 

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I Presidenti Pd scrivono a l’Unità dopo il voto alla Camera sulla proposta per l’abolizione delle province_leggi l’articolo

Sul totale della spesa pubblica pari, nel 2010, ad oltre 815 miliardi di euro la spesa delle 107 province italiane ammonta solo all’1,5%. Su tale percentuale, pari complessivamente a circa 12 miliardi di euro, l’indennità degli amministratori (circa 4000) incide per 113 milioni di euro lordi. Costo destinato a diminuire del 20% con l’entrata in vigore del decreto attuativo del DL 78/2010. Tutto il resto è costituito dal costo del personale (2 miliardi e 343 milioni di euro) e dai costi relativi alle funzioni fondamentali delle Province ed essenziali per garantire adeguati servizi alle comunità amministrate: dalla mobilità (gestione di 125 mila chilometri di strade ovvero l’84% del totale della rete stradale nazionale) alle infrastrutture per la tutela ambientale, dall’edilizia scolastica (manutenzione di 5000 edifici scolastici) allo sviluppo economico e servizi per il mercato del lavoro (gestione di 600 centri per l’impiego), dalla promozione della cultura,del turismo e dello sport (gestione di 2660 palestre scolastiche) ai servizi sociali.

Questi i dati del dossier dell’Upi nazionale “Le province allo specchio. I bilanci, le cifre, le funzioni, i costi”, riportati dal Presidente della Provincia di Potenza Piero Lacorazza nell’ambito del dibattito in corso sull’abolizione delle Province. (leggi la discussione sulla proposta di legge costituzionale in materia di soppressione delle Province)

“È del tutto evidente – ha affermato – che abbattere le Province non eliminerebbe queste spese, di cui altri enti dovrebbero farsi carico, ma solo il costo politico degli amministratori provinciali. Costo irrisorio rispetto a quello della politica nazionale di 6 miliardi e 500 milioni di euro. Non è un caso del resto che, guardando all’Europa, tutti gli Stati, tranne Malta, che hanno le Regioni mantengono anche le Province.

Certo, come già da me sottolineato in occasione delle celebrazioni per i 150 anni del Consiglio provinciale di Basilicata – per la prima volta eletto e non nominato – non si può rifuggire dalla necessità di riformare e razionalizzare il sistema delle autonomie locali per rendere più efficiente la Pubblica amministrazione. Ciò partendo anche dall’eliminazione delle Province, cresciute considerevolmente negli ultimi tempi, laddove dovessero coincidere con l’istituzione delle Città Metropolitane. Per eliminare davvero un costo vivo della politica, tuttavia, bisognerebbe guardare con lucidità e lungimiranza agli oltre 7000 enti strumentali (Consorzi, Aziende, Società) che occupano circa 24 mila persone nei Consigli di Amministrazione e i cui costi (compensi, spese di rappresentanza, funzionamento dei consigli di amministrazione) nel 2010 ammontavano a 2,5 miliardi. Eliminare questi enti consentirebbe un risparmio immediato pari a 22 volte quello che si otterrebbe abolendo le Province. Senza contare poi che 318 mila persone hanno incarichi di consulenza nella Pubblica Amministrazione e per questo lo Stato ha speso nel 2009 circa 3 miliardi di euro. Nasce da qui la l’iniziativa UPI per una legge di iniziativa popolare che elimini gli enti e le società che duplicano e si sovrappongono alle funzioni fondamentali di istituzioni riconosciute dalla Costituzione e i cui rappresentanti sono eletti direttamente dal popolo.

“Senza demagogia – ha concluso Lacorazza – credo che su questo terreno si possa avviare un percorso di maggiore efficienza e minor costi del sistema pubblico. In tal senso c’è un’occasione  offerta della Carta dalle Autonomie (cioè ‘chi fa che cosa’), già approvata da un ramo del Parlamento e il federalismo che va recuperato ad un vero spirito di efficienza, efficacia e solidarietà”.

DOSSIER

LE PROVINCE ALLO SPECCHIO

I BILANCI, LE CIFRE, LE FUNZIONI, I COSTI.

 

 

LE PROPOSTE DELL’UPI PER RAZIONALIZZARE IL SISTEMA

 

  

Le Province

Le Province in Italia oggi sono 107 (escludendo le 3 Province autonome, Trento Bolzano e Aosta).

 

1. DATI DI BILANCIO

Le spese dello Stato, delle Regioni e degli Enti locali*

 

TOTALE PAGAMENTI ANNO 2010 : Settore pubblico 815 miliardi 472 milioni di euro

 

Settore

Spesa

Var. % 2007-09

Stato

485 miliardi di euro (di cui 309 miliardi da Enti di Previdenza – + 11% var 2007/2009)

+ 9,48%

Regioni

174 miliardi di euro (di cui 117 sanità)

+ 8,75%

Province e Comuni

80 miliardi di euro

=

Interesse sul debito

80 miliardi di euro

N.D.

             

*Fonte: elaborazione Upi su fonte RUEF (Relazione Unificata sull’Economia e la Finanza Pubblica 2010 –  Ministero dell’ Economia)

 

Sulla base dei dati di Cassa, Fonte Siope, la spesa delle Province nel 2010 è pari a 12 miliardi 158 milioni di euro.


 IL RUOLO, LE FUNZIONI E I BILANCI DELLE PROVINCE

 

Nel 2010 le spese sostenute dalle Province sono state pari a circa 12 miliardi di euro, in marcata flessione rispetto al triennio precedente (- 1 miliardo 360 milioni di euro rispetto al 2008).

Queste le singole voci:

  • Mobilità, Viabilità, Trasporti: gestione trasporto pubblico extraurbano; gestione di circa 125 mila chilometri di strade nazionali extraurbane.  Spesa complessiva 1 miliardo 532 milioni di euro.

 

  • Servizi e infrastrutture per la tutela ambientale: difesa del suolo, prevenzione delle calamità,  tutela delle risorse idriche ed energetiche;  smaltimento dei rifiuti.

Spesa complessiva 827 milioni di euro.

 

  • Edilizia scolastica, funzionamento delle scuole e formazione professionale: gestione di oltre 5000 gli edifici, quasi 120 mila classi e oltre 2 milioni e 500 mila allievi.

Spesa complessiva 2 miliardi 306  milioni di euro.

 

–          Sviluppo economico e Servizi per il mercato del lavoro: gestione dei servizi di collocamento attraverso 854 Centri per l’impiego; sostegno all’imprenditoria, all’agricoltura, alla pesca; promozione delle energie alternative e delle fonti rinnovabili. Spesa complessiva 1 miliardo 159 milioni di euro

 

  • Promozione della cultura. Spesa complessiva  247 milioni di euro

 

  •  Promozione del turismo e dello sport. Spesa complessiva  235 milioni di euro

 

  • Servizi sociali. Spesa complessiva 325 milioni di euro

 

  • Costo del personale. Spesa complessiva  2 miliardi 343 milioni di euro Il personale delle Province ammonta a circa 61.000 unità.
  • Spese generali dell’amministrazione e spese di manutenzione del patrimonio (informatizzazione, patrimonio immobiliare, cancelleria, costi utenze telefoniche, elettricità, etc..)etc.  Spesa complessiva 749  milioni di euro

 

  • Indennità degli amministratori. Spesa complessiva 113 milioni di euro lordi

 

 

Cosa fanno le Province

 

Le Province:

– gestiscono 125 mila chilometri di strade (l’84% del totale della rete stradale nazionale);

– hanno la manutenzione di oltre 5000 edifici scolastici tra istituti tecnici e medie inferiori, per un totale di quasi 120 mila classi e oltre 2 milioni 500 mila allievi

– gestiscono circa 2.660 palestre scolastiche sportive, impegnate per il 100% in attività extrascolastica

– gestiscono  più di 600 centri per l’impiego, i vecchi Uffici di collocamento, centri polifunzionali, che accanto alla ricerca del posto di lavoro, offrono agli utenti un percorso individuale di formazione professionale, orientamento, redazione di curricula, individuazione di percorsi di ingresso nel mondo del lavoro. In media, ogni anno oltre 3 milioni di persone in cerca di lavoro si rivolge ai centri per l’impiego

– si occupano di pianificazione territoriale, predisponendo ed adottando il piano territoriale di coordinamento, che determina le diverse destinazioni dei territori in relazione alla vocazione prevalente, la localizzazione delle maggiori infrastrutture e linee di comunicazione, le linee di intervento per la sistemazione idrica, le aree nelle quali istituire parchi e riserve.

– si occupano di ambiente, controlli ambientali, difesa del suolo, valorizzazione dell’ambiente e prevenzione delle calamità; di tutela e valorizzazione delle risorse idriche ed energetiche; di protezione della flora e della fauna, dei parchi e delle riserve naturali; organizzazione dello smaltimento dei rifiuti.

– partecipano inoltre alle politiche di sviluppo locale, grazie alle competenze in tema di industria, turismo, agricoltura, artigianato, con l’erogazione di agevolazioni,  contributi, sovvenzioni etc.

 

Gli amministratori provinciali

Con l’entrata in vigore della Legge 42/2010, a partire dall’ultima tornata elettorale appena passata, il numero degli assessori e dei consiglieri provinciali è ridotto del 20% rispetto a quanto previsto per le fasce di popolazione. Questa diminuzione apparirà più evidente con le prossime tornate elettorali.

Gli amministratori provinciali sono quindi circa 4.014. Di questi: Presidenti 107; VicePresidenti 107; Assessori 840; Presidenti Consiglio 107; Consiglieri 2.853.

I compensi degli amministratori (Province e Comuni) sono stabiliti dal Decreto Ministeriale 119 del 2000.

Secondo i dati diffusi dal Siope, il totale annuo lordo dei compensi degli amministratori provinciali ammonta a circa 113 milioni di euro (indennità e rimborsi)

Il costo è destinato a diminuire del 20% con l’entrata in vigore del decreto ministeriale attuativo del DL 78/2010  (art. 7). Di seguito, la tabella definita don il DM del Ministero dell’interno del 1 febbraio 2011.

 

Indennità di funzione mensile lorda dei Presidenti di Provincia

 

Province Nr abitanti Indennità di funzione
Province fino a 250.000 4.008,00
Province da 250.001 a 500.000 4.859,00
Province da 500.001 a 1.000.000 5.379,00
Province oltre 1.000.000 6.275,00

Gettoni di presenza Lordi per i consiglieri provinciali

Province Nr abitanti Indennità di funzione
Province fino a 250.000 36,00
Province da 250.001 a 500.000 46,00
Province da 500.001 a 1.000.000 77,00
Province oltre 1.000.000 103,00

 

Le province in Europa

 

Schema riassuntivo riferito all’ Europa a 25

 

                         (Elaborato sulla base di dati Eurostat)

 

 

14 paesi hanno tutti e 4 i livelli (gruppi di regioni, regioni, province e comuni):

Belgio, Repubblica Ceca, Germania, Grecia, Spagna, Francia, Italia, Ungheria, Paesi Bassi, Austria, Polonia, Portogallo, Finlandia, Inghilterra

3 paesi hanno solo 3 livelli (regioni, province e comuni):

Irlanda, Slovacchia, Svezia

5 paesi hanno solo 2 livelli (province e comuni):

Danimarca, Estonia, Lettonia, Lituania, Slovenia

2 paesi hanno solo un livello (comuni):

Cipro, Lussemburgo

Quindi:

tutti i paesi hanno i comuni;

23 su 25 hanno le province;

17 hanno le regioni;

14 hanno anche i gruppi di regioni.

Malta ha 68 comuni e 3 regioni ed è l’unico Stato che salta il livello Province (tutti gli altri Stati che hanno le Regioni hanno sempre anche le Province).

COSTI DELLA POLITICA E PROVINCE

Il personale politico delle 107 Province ammonta a circa 4 mila amministratori provinciali

, per un costo pari a 113 milioni di euro (dati Siope 2011).

Il costo complessivo della politica in Italia  (organi costituzionali, a rilevanza costituzionale, Presidenza del Consiglio dei Ministri, uffici di diretta collaborazione, Regioni, Comuni e Province) è pari a 6 miliardi e 500 milioni di euro. (Fonte, Bilancio preventivo dello Stato 2011).

Vuol dire che con il costo della politica nazionale si coprono i costi della politica delle Province per 60 anni.

 

 

Cosa si può tagliare subito per risparmiare

In questo momento esistono oltre 7000 enti strumentali (Consorzi, Aziende, Società) che occupano circa 24 mila persone nei Consigli di Amministrazione,  che impropriamente esercitano funzioni tipiche di Province e Comuni.

Il costo dei compensi, le spese di rappresentanza, il funzionamento dei consigli di amministrazione, organi collegiali, delle Società pubbliche o partecipate  nel 2010 è pari a 2,5 miliardi.

Eliminarli consentirebbe un risparmio immediato pari a 22 volte quello che si otterrebbe abolendo le Province.

318  mila persone hanno incarichi di consulenza nella Pubblica Amministrazione.  Per consulenze , incarichi, collaborazioni e per le spese dei vari comitati e commissioni, lo Stato ha speso nel 2009 circa 3 miliardi di euro.

 

 

LA PROPOSTA DELL’UPI:

RIFORMARE LE PROVINCE E RENDERLE PIU’ EFFICIENTI PRESTO E BENE

 

Se è vero che abolire le Province produrrebbe solo caos, è necessario riformare e razionalizzare il sistema delle autonomie locali, per rendere più efficiente  da subito la Pubblica Amministrazione. Alcune proposte:

  1. Istituzione delle Città metropolitane, con la conseguente eliminazione della Provincia corrispondente. In questo caso, è sufficiente applicare l’articolo 23 della legge 42/2009 (quella sul federalismo fiscale). Successivamente si può passare al regime ordinario delle Città Metropolitane con la Carta delle Autonomie.
  1. Diminuzione del numero delle Province e potenziamento della dimensione territoriale.

Negli ultimi 20 anni, sotto una pressante spinta del Parlamento e delle lobby locali, contro il parere delle Province stesse e dell’Upi che si è sempre fermamente opposta, il numero delle Province è cresciuto considerevolmente. Dalle circa 70 del secondo dopoguerra si è arrivati alle attuali 107.

Una delle prerogative indispensabili perché le Province esercitino al meglio il proprio ruolo di governo di area vasta è che le dimensioni (territoriali, in termini di numero di abitanti, per variabili socio –economiche) siano ottimali. E’ possibile rivedere, secondo quanto previsto dall’art. 133 della Costituzione, le dimensioni delle Province, su iniziativa dei Comuni e sentite le Regioni. Per razionalizzare le Province non c’è bisogno di modificare la Costituzione: basta seguirne i dettami.      

 

  1. 3.      Definizione certa delle funzioni di Province e Comuni.

La sovrapposizione di competenze produce diseconomie. Chiarire le funzioni di

ciascun ente risolverebbe in maniera definitiva le duplicazioni, le sovrapposizioni,

e lungaggini burocratiche. Per farlo, basta concludere l’iter di approvazione

della Carta delle Autonomie locali, ferma in Senato, che stabilisce ‘chi fa che

cosa’ e riporta ordine nel sistema delle istituzioni locali.

  1. 4.      Eliminazione degli enti strumentali inutili. Le Province lanciano una campagna di raccolta firme per la presentazione di una proposta di legge.

Per tagliare davvero spesa pubblica inutile basterebbe tagliare i 7000 enti strumentali (Consorzi, Aziende, Società) che occupano circa 24 mila persone, che impropriamente esercitano funzioni tipiche di Province e Comuni. Eliminarli consentirebbe un risparmio immediato di almeno 2,5 miliardi di euro, un risparmio pari a 22 volte quello che si otterrebbe abolendo le Province.

Ma soprattutto in questo modo, riportando in capo a Province e Comuni funzioni che costituzionalmente loro attengono,  si introdurrebbe quell’elemento di semplificazione e razionalizzazione, che è l’obiettivo che lo Stato è chiamato a perseguire.

I tentativi che a livello parlamentare sono stati fatti per eliminare questi enti sono sempre falliti.

Per questo l’Unione delle Province d’Italia lancerà nelle prossime settimane una massiccia campagna di raccolta firme per la presentazione di una Proposta di legge di iniziativa popolare che cancelli tutti quegli Enti di nomina della politica e consolidi il ruolo  delle istituzioni democratiche che i cittadini liberamente eleggono.

 Fonte: http://www.lacorazzapresidente.it/Article.aspx?id=3139

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zingaretti unità

Abbiamo assistito in questi giorni ad un dibattito sulla cancellazione delle Province intriso di demagogia e di superficialità. I cittadini e le imprese ci chiedono di riformare con coraggio la pubblica amministrazione per renderla più snella ed efficiente e per consentire al Paese riforme ormai non più rinviabili. Tutto ciò è tema che riguarda seriamente il Partito Democratico e la sua capacità di collocarsi inmodoconvincente sul terreno delle riforme, spiegando ai cittadini ciò che intende fare e soprattutto ciò che farà al governo del Paese. Per questo la scelta del Partito di non sostenere l’ipotesi demagogica dell’Idv e dei centristi, volta solo all’incasso di un consenso a breve, ci convince. Di fronte alla presa di posizione di autorevoli esponenti del nostro partito, per “amor di verità” crediamo di dover richiamare il nostro programma elettorale del 2008, che come Presidenti di Provincia abbiamo condiviso e che prevedeva l’eliminazione entro 1 anno di tutti gli ATO, settoriali e non, attribuendo le loro competenze alle Province. Si prevedeva inoltre l’eliminazione delle Province là dove si costituiranno le aree metropolitane. Mai, come Presidenti di Provincia, abbiamo attestato l’associazione della quale facciamo parte, su posizioni di difesa acritica dell’attuale sistema istituzionale. Crediamo però che un grande partito abbia il dovere di spiegare ai cittadini quale Paese ha in mente. Peraltro, mentre ragioniamo di tutto ciò, il Parlamento si appresta ad approvare la Carta delle Autonomie, testo fondamentale per l’attuazione del federalismo, perché in esso vengono definite le funzioni fondamentali di Comuni e Province; in pratica il “chi fa che cosa” nel sistema delle autonomie locali. Le Associazioni delle autonomie e le Regioni hanno suggerito soluzioni diverse, ognuna a difesa del livello di governo che rappresentano, ed il Governo ha compiuto una difficile mediazione. Siamo sicuri che quel testo non debba essere più preciso per evitare ogni sovrapposizione di competenze, definendo con esattezza il mestiere di ciascuno, per rendere la vita più semplice ai cittadini e alle imprese, e rendere possibili significativi risparmi, semplicemente evitando che tutti facciamo le stesse cose? E, visto che si parla solo di Comuni e Province, nonè il caso che le Regioni facciano la stessa cosa, evitando di distribuire in modo irrazionale o, ancor peggio, di trattenere, funzioni che possono essere conferite agli enti più vicini ai cittadini, così che possano avere finalmente, per una loro esigenza, un solo interlocutore? E allora qualche domanda è legittima. L’abolizione delle Province porta con sé l’abolizione dei capoluoghi e quindi l’eliminazione di prefetture, questure, uffici decentrati dello Stato e delle Regioni? Si vuole cioè concentrare il potere e l’economia pubblica in venti città e non più in cento città italiane? Si vogliono eliminare soltanto le Province e lasciare organizzati lo Stato e le Regioni come adesso e quindi, di fatto, spostare a livello Regionale compiti, funzioni e personale, vista la oggettiva difficoltà di trasferire ai Comuni competenze di area vasta? Se fosse così 50.000 dipendenti residenti in quasi tutti gli oltre 8.000 comuni italiani, che svolgono per la gran parte funzioni legate al territorio, rimarrebbero irrimediabilmente nelle Province e le Regioni nonpotrebbero far altro che costituire agenzie, società e sovrastrutture con costi facilmente immaginabili. Al di là della demagogia è arrivato il tempo delle proposte serie. Su di esse i Presidenti di Provincia saranno al tavolo di chi vuole riformare profondamente l’Italia: presto, bene e con coraggio, senza posizioni pregiudiziali e pronti a condividere scelte che riguardino anche e soprattutto le Province. Quello che non è tollerabile è la continua delegittimazione di rappresentanti delle istituzioni, eletti dai cittadini e che in trincea si confrontano quotidianamente con le difficoltà che stiamo attraversando. Al Partito Democratico chiediamo di scegliere subito la strada da percorrere, strada di riforme profonde che può e deve riguardare tutti i livelli istituzionali del Paese. Il centrodestra in lunghi anni di governo non ne è stato capace, sta a noi dimostrare che riformare le istituzioni seriamente è possibile.

I PRESIDENTI DI PROVINCIA PD DELL’UNIONE DELLE PROVINCE D’ITALIA:

ANTONIO SAITTA (TORINO)
NICOLA ZINGARETTI (ROMA)
FABIO MELILLI (RIETI)
ANDREA BARDUCCI (FIRENZE)
BEATRICE DRAGHETTI (BOLOGNA)
GIOVANNI FLORIDO (TARANTO)
PIERO LACORAZZA (POTENZA)

8 luglio 2011

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Non tornero’ su tutte le motivazioni  che han portato alla scelta diffusa in molti enti del ritocco dell’aliquota RC Auto dopo dieci anni di invarianza.

Se n’e’ gia’ parlato molto in questi giorni, non e’ una scelta fatta a cuor leggero, comprendo l’irritazione dei cittadini gia’ massacrati dalle tasse di Roma, ma svolgere un ruolo di governo ha senso se ci si prende la responsabilita’ di definire delle priorita’ altrimenti diventa semplice gestione del potere (ormai inesistente a livello degli enti locali che gestiscono solo problemi e le frustrazioni conseguenti a non possedere gli strumenti per risolverli).

Noi abbiamo scelto di mettere le scuole superiori tra le priorita’per i prossimi 3 anni, le opposizioni possono essere o meno d’accordo, ma hanno il dovere di non raccontare bugie ai cittadini.  Capisco che questa per loro sia un’occasione ghiotta per  un po’ di gloria in un momento in cui le forze politiche che rappresentano perdono consenso, ma dire che il piano di ristrutturazione delle scuole da 9 milioni di euro (11 se si realizzeranno permute e ribassi vari) potesse essere finanziato con le risorse (per non dire “bruscolini” rispetto agli 11 mln ) della campagna promozionale sul turismo e’ ridicolo.

Ma se si fossero fermati qui nel J’accuse nemmeno avrei risposto perche’ capisco che qualcosa debbano pur dire, anche se  nell’elenco di quelli che vengono definiti “sprechi” non sono riusciti ad infilarcene uno di questi anni. Mi son sentita in dovere di intervenire quando ho sentito in giro la proposta del consigliere Bergamini di “proporre la richiesta di rimborso a fine anno per chi ha un reddito basso“. Questo mi ha preoccupato perche’ mi son resa conto che non sanno di cosa si parla e di come il loro Governo abbia concepito il federalismo: non sono previste esenzioni per RCA come per IPT tranne quelle già previste da normativa statale.  La Provincia non ha alcuna possibilità di manovra altrimenti ci saremmo arrivati anche noi a pensare di applicarla solo ad alcune fasce. Bergamini quindi la sua proposta dovra’ farla al Ministro Tremonti e in quel caso saro’ lieta di dargli una mano.

Risulta evidente che gli aumenti come quello della Rca sono la conseguenza dei tagli lineari dei trasferimenti governativi che hanno ancor più messo in difficoltà gli enti, se le opposizioni intendono essere costruttive studino un po’ e facciano proposte sulle quali la competenza e’ nostra.

Sull’affermazione della consigliera Milani che il governo ha deciso di escludere la Fe-Mare dal pedaggiamento meglio stendere un velo pietoso. Era gia’ stato demenziale anche solo pensare di introdurlo e se il governo ha cambiato idea non e’ certo perche’ ha avuto pieta’ per i cittadini, ma perche’ con la raffica di ricorsi persi e la pressione delle opposizioni unitamente a quella degli amministratori anche del PDL come Alemanno, rischiava l’ennesima batosta.

Marcella

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Federalismo fiscale un salasso sull’auto

Articolo di Italia Oggi in cui si evidenziacome un quarto delle Provicnia abbia già rtato l’RC Auto al 16%

https://marcellazappaterra.files.wordpress.com/2011/06/federalismo-un-salasso-sullauto.pdf

 

 

 

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