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Posts Tagged ‘Donne’

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
Tramite la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha designato il 25 novembre come la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne e ha invitato i governi, le organizzazioni internazionali e le ONG ad organizzare attività volte a sensibilizzare l’opinione pubblica in quel giorno.L’Assemblea Generale dell’ONU ha ufficializzato una data che fu scelta da un gruppo di donne attiviste, riunitesi nell’Incontro Femminista Latinoamericano e dei Caraibi, tenutosi a Bogotà (Colombia) nel 1981. Questa data fu scelta in ricordo del brutale assassinio del 1960 delle tre sorelle Mirabal, considerate esempio di donne rivoluzionarie per l’impegno con cui tentarono di contrastare il regime di Rafael Leónidas Trujillo (19301961), il dittatore che tenne la Repubblica Dominicana nell’arretratezza e nel caos per oltre 30 anni.

In Italia solo dal 2005 diversi Centri antiviolenza e Case delle donne hanno iniziato a celebrare questa giornata. Ma negli ultimi anni anche istituzioni e vari enti come Amnesty International festeggiano questa giornata attraverso iniziative politiche e culturali. Nel 2007 100 000 donne (40 000 secondo la questura) hanno manifestato a Roma “Contro la violenza sulle donne”, senza alcun patrocinio politico. È stata la prima manifestazione su questo argomento che ha ricevuto una forte attenzione mediatica, anche per le contestazioni che si sono verificate a danno di alcuni ministri e di due deputate.[1]

Dal 1996 la Casa delle donne per non subire violenza di Bologna, promuove annualmente il Festival della Violenza Illustrata dedicata alla giornata mondiale contro la violenza alle donne. Ormai centinaia di iniziative in tutta Italia vengono organizzate in occasione del 25 novembre per dire no alla violenza di genere in tutte le sue forme.

25 novembre 1960

Il 25 novembre 1960 le sorelle Mirabal, mentre si recavano a far visita ai loro mariti in prigione, furono bloccate sulla strada da agenti del Servizio Militare di Intelligenza. Condotte in un luogo nascosto nelle vicinanze furono torturate, massacrate a colpi e strangolate, per poi essere gettate in un precipizio, a bordo della loro auto, per simulare un incidente. L’assassinio delle sorelle Mirabal è ricordato come uno dei più truci della storia dominicana.

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Le operaie di Latina ad Annozero, questa intervista “live” merita il prezzo dell’abbonamento Rai, un esempio di forza, coraggio e orgoglio:
“La disoccupazione è giovanile, ma è soprattutto femminile” … “la nostra busta paga è un <<attestato di dignità>>” … “il reddito femminile è un reddito a sostegno della famiglia”

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Associazionismo
Finanziamenti per l’integrazione, la lotta all’emarginazione e alla violenza sulle donne. L’assessore regionale alle Politiche della sicurezza Simonetta Saliera: “Proseguiamo il nostro lavoro con le associazioni per difendere chi è più fragile e contribuire a una società più sicura” 21/01/2011
Bologna

 

Skatepark per l'integrazione - associazione Xenia Lotta contro la violenza sulle donne, inserimento degli stranieri, contrasto al razzismo, diffusione di una cultura della convivenza e della democrazia, prevenzione delle truffe a giovani e anziani. Sono gli obiettivi dei sedici progetti per la sicurezza promossi dalle associazioni di volontariato dell’Emilia-Romagna (tra cui Arci, Federconsumatori e Uisp) che la Regione finanzia con oltre 90mila euro.

Trentamila euro vanno in provincia di Bologna: cinque i progetti tra cui uno skate-park con cui l’associazione Xenia vuole favorire l’integrazione dei giovani della Bolognina, l’attività dell’associazione Borgomondo per riqualificare il Parco dei Pini sul lungo Reno e i percorsi di inserimento per contrastare l’emarginazione promossi dal Comitato piazza Verdi. Due, invece, i progetti a Ravenna, per un totale di 12.500 euro: sono campagne di sensibilizzazione rivolte in particolare ai giovani, una contro la violenza sulle donne, l’altra sulla criminalità organizzata.

A Modena dalla Regione arrivano 30.800 euro per cinque progetti sulla legalità e l’educazione. È di 6.252 euro, invece, il finanziamento per il progetto contro il razzismo del comitato provinciale Uisp di Piacenza. Stesso importo per il percorso a sostegno delle donne in difficoltà dell’associazione Viale K di Ferrara, per i laboratori del Centro d’ascolto e di prima accoglienza Buon Pastore di Forlì-Cesena e per il progetto “Parma sicura: differenza di genere e politiche di sicurezza” del Centro antiviolenza.

Filo conduttore di tutte le iniziative, l’impegno a rafforzare i legami sociali e la solidarietà soprattutto nelle parti più deboli o marginali della società. “Proseguiamo il nostro lavoro per difendere chi è più fragile nella nostra comunità e contribuire a una società più sicura in cui nessuno si senta abbandonato”, spiega Simonetta Saliera, vicepresidente e assessore alle Politiche della sicurezza della Regione Emilia-Romagna. “In questo – aggiunge – la collaborazione con il mondo del volontariato è fondamentale e preziosa”.

Documenti da scaricare:

Fonte: http://www.emiliaromagnasociale.it/wcm/emiliaromagnasociale/news/2011/gennaio/21_finanz.htm

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Progetto WAVEIl progetto Women Aloud Videoblogging for Empowerment [en, come gli altri link eccetto ove diversamente segnalato] (WAVE) è un sito-piattaforma creato per consentire a donne di zone poco urbanizzate dell’India di esprimersi su temi che le riguardano grazie ai video online.

Lo slogan di WAVE dice: “30 donne, 30 regioni, video-blog ogni giorno”. Infatti il sito offre diversi video che coprono un vasto spettro di tematiche da ogni regione dell’India. Le partecipanti vengono scelte da università e Ong per seguire  un programma di tutoring della durata di nove mesi in cui, in cambio dei propri video, riceveranno formazione, strumentazioni e borse di studio.

La filosofia di WAVE è basata sulla convinzione che le giovani donne vadano ascoltate e incoraggiate ad analizzare i problemi delle proprie comunità, in modo da sviluppare le doti di leadership necessarie a fornire soluzioni efficaci che rafforzino il livello socioeconomico delle società in cui vivono.

Chinju Prakash, ventiquattro anni, proviene da Trivandrum, nello Stato di Kerala, e lavora per SPACE, Ong che sviluppa e fornisce programmi per Information Technology [it] e new media [it]. In uno dei suoi video Chinju presenta la Kalavara, una mensa gestita esclusivamente da donne che ora riescono ad auto-sostentersi, raccontando in dettaglio la loro  esperienza.

Preeti Jain è una ventisettenne proveniente da  Bilaspur, nello Stato di Chattisgarh. Attraverso i suoi video, Preeti focalizza l’attenzione su una comunità indigena di Chattisgarh per accrescerne la consapevolezza su tematiche che la riguardano. Nel video successivo, la video-blogger si concentra sulle particolari tradizioni della comunità nel combinare i matrimoni: diversamente da come succede nel resto del Paese, i giovani della tribù Biga incontrano e scelgono le mogli nel corso di eventi pubblici, come ad esempio feste da ballo, per poi comunicarlo ai genitori.

Salam Babina Devi proviene da Imphal (Stato di Manipur), ed è una volontaria che lavora a tempo pieno in un’organizzazione di base che si occupa del miglioramento delle condizioni di vita di donne e bambini. I suoi video si incentrano sugli aspetti culturali del Manipur. Nel video che segue si parla di una danza tipica:

A Manipur ogni evento sociale e religioso significativo è celebrato con una forma personalizzata di danza. Qui possiamo riconoscere un miscuglio di balli tribali, stili folk e altre danze tradizionali tipiche delle colline e delle vallate di questa terra antica.

Il sito di WAVE presenta molte altre storie e video di donne provenienti da diverse zone del Paese.

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La data del 25 novembre può essere definita, a tutti gli effetti una “data politica”.

Diversamente dall’8 marzo, che ha assunto una valenza soprattutto simbolica, il 25 novembre parliamo delle buone prassi delle pubbliche amministrazioni, della loro capacità di realizzarle in collaborazione con un associazionismo femminile il cui impegno va ben oltre quello della testimonianza, parliamo di femminicidio e dei numeri che ne delineano la tragica portata, tentiamo di interrogarci su questo fenomeno e parlarne, coinvolgendo quante più persone possibile.

Perché resta, ancora, invisibile agli occhi di troppi.

 

Da quale cultura o subcultura proviene la violenza sulle donne?

Anche dalla nostra.

Si annida in ogni contesto sociale, nelle menti di uomini di ogni estrazione, di ogni religione, di ogni convinzione politica.

Colpisce le donne più “normali”, con le vite apparentemente più facili.

Così come colpisce quelle meno privilegiate, che si arrabattano tra un  lavoro fuori casa, pagato meno di quello maschile,  e quello domestico, gratuito.

Arriva, in estremo,  a determinare il destino delle donne usate, comprate, vendute, sfruttate come merce del sesso .

Per questo – lo abbiamo detto tante volte – per contrastare e prevenire  la violenza contro le donne che imbarbarisce e impoverisce tutti, abbiamo bisogno di maggiori diritti di cittadinanza per le donne e di maggiore rappresentanza.

Abbiamo bisogno di una nuova cultura sociale e giuridica.

Ci serve – serve  a tutte noi, dovunque ci si collochi politicamente – che i nostri pensieri, le cose che facciamo, siano riconosciuti. E serve che i nostri problemi, le tragedie che ci colpiscono in quanto donne, siano correttamente considerati: una donna picchiata dal marito non è – come ho sentito dire di recente in una sede peraltro autorevole – uno dei tanti soggetti deboli che le Istituzioni devono aiutare. E’ qualcosa di più grave, il segno di una “malattia” alla cui cura non basta qualche benda e un po’ di riposo.

Sono troppe le semplificazioni, troppi i luoghi comuni, troppe e imperdonabili le sottovalutazioni.

La responsabilità stanno dovunque, spero di riuscire a spiegare bene cosa intendo con quello che dirò.

La cultura che invochiamo è, infatti,  ancora molto lontana da qui.

Ad esempio, voglio qui  ricordare un pronunciamento della  Corte di Cassazione del 2 luglio scorso, con il quale è stata cancellata la condanna per maltrattamenti contro la moglie  inflitta ad un uomo.

L’annullamento della condanna è stato motivato dal fatto che “lei aveva carattere e non era intimorita” dagli insulti, dalle ingiurie, dalle umiliazioni e dai maltrattamenti fisici.

Nella motivazione della sentenza si legge: “Perché sussista il reato di maltrattamenti in famiglia, occorre che sia accertata una condotta abitualmente lesiva dell’integrità fisica e del patrimonio morale della persona offesa, che, a causa di ciò, versa in una condizione di sofferenza”.

Non possiamo quindi sorprenderci  se i dati sulla violenza sono allarmanti e se ogni due giorni una donna viene uccisa per mano maschile, come esito di stalking o di violenza domestica.

 

La stessa Giustizia sembra non tenere conto del fatto che la violenza rimane la prima causa di morte fra le donne, e che  dalle indagini statistiche risulta che è ancora troppo alto il numero delle donne soggetto a molestie e a ricatti sessuali sul lavoro.

Eppure, Giustizia e Leggi dovrebbero essere in grado di “leggere” questa realtà, e dovrebbero promuovere un  “nuovo sentire” su questi temi.

 

Fra giugno e agosto di quest’anno è stato un susseguirsi continuo di casi di femminicidio.  Di recente un uomo ha ucciso nello stesso giorno due ex partner. Eliminate perché “non fossero più di nessuno”. Una concezione proprietaria della donna, una forma patologica di amore come possesso, incapacità di accettare il rifiuto, di elaborare l’abbandono e sopportare la libertà della donna di decidere del proprio destino.

 

Il ricorso alla violenza è spesso la manifestazione di un deficit di capacità relazionale. Forse da qui bisogna partire per rimediare in qualche modo al suo dilagare.

Per prevenire occorre certamente puntare sull’educazione al rispetto, ma sono tra quelli che pensano che sia indispensabile anche la riflessione su altri ambiti.

 

La legge dovrebbe essere in grado di adeguarsi a questa realtà, e dovrebbe promuovere un  “nuovo sentire” su questi temi. E’ particolarmente doloroso dover ammettere che non è così, e che la bocciatura della Corte è un ostacolo su questa strada.

Ma, una volta di più, non stupiamoci.

 

Se non bastasse la nostra attenta osservazione di ciò che capita in questo Paese, a sottolineare la carenza tutta italiana in materia di pari opportunità arriva il rapporto 2010 sul Gender Gap del World Economic Forum, secondo cui il nostro Paese scende dal 72esimo (2009) al 74esimo posto nella classifica che misura il divario di opportunità tra uomini e donne in 134 nazioni. Una classifica che ci vede dopo il Malawi e il Ghana, a un passo dall’Angola e dal Bangladesh. “L’Italia continua a risultare uno dei Paesi dell’Ue con il punteggio più basso ed è peggiorata ulteriormente rispetto all’anno scorso”, osserva il Wef nel suo quinto rapporto.
Nella classifica 2010 guidata da Islanda, Norvegia, Finlandia e Svezia, l’Italia (che nel 2007 era risultata persino 84esima nella classifica globale) è superata anche da numerosi Paesi in via di sviluppo come il Mozambico (22esimo) o il Botswana (62), mentre tra i Paesi ad alto reddito, solo una manciata registra risultati più bassi dell’Italia. Tra questi Malta (83), Giappone (94) e Arabia Saudita (129).
Giunta alla quinta edizione, la graduatoria del Global Gender Gap Report è elaborata in base a un indice che valuta i Paesi secondo criteri di distribuzione di risorse e opportunità tra uomini e donne, a prescindere dal livello globale di risorse,  misurando quattro elementi: partecipazione e opportunità economica delle donne – materia per la quale l’Italia occupa la 97esima posizione – l’accesso all’educazione (qui l’Italia ha una relativamente buona 49esima posizione), le differenze tra uomo e donna in termini di salute e di aspettative di vita (95esima) e l’accesso femminile al potere politico (54esima). Nella cassifica globale la Cina è 61esima, la Russia 45esima e il Brasile 85esimo. Ultimi in classifica sono Pakistan (132), Ciad (133) e Yemen (134).

In questi dati si trova l’origine della cultura che porta alla violenza sulle donne.

Nella fotografia di una società che non ha ancora capito fino in fondo che donne e uomini sono uguali: le donne hanno meno lavoro, meno soldi, scarsa possibilità di accedere all’esercizio del potere.

A questo aggiungiamo strumenti giuridici inadeguati, come ho già detto e, dulcis in fundo, una mentalità diffusa retrograda  e spesso maligna, alimentata da una buona dose di ignoranza.

Anche il principio, così elementare in apparenza, dell’uguaglianza viene malamente tradotto:  uguaglianza  significa che nessuno dei due generi si può ricondurre ad un unico modello, uguaglianza significa che ognuno si può realizzare secondo le sue personali inclinazioni.

Da noi, in troppi parlano delle donne come di una categoria, negando il diritto ad una piena soggettività ad ognuna di noi, ed agendo una semplificazione che ci costringe a fatiche immense per ottenere ciò che potremmo guadagnarci senza troppo sforzo.

Non per fare della facile polemica politica, e certo non per strumentalizzare opportunisticamente la circostanza di cui sto per parlare, ma il “caso” della Ministra Mara Carfagna mi pare davvero emblematico.

 

Lo ha detto bene, con intelligente ironia, Massimo Gramellini sulla “Stampa” di martedì: se il ministro in questione si fosse chiamato Mauro Carfagna, la discussione sulle sue parole avrebbe avuto un altro tono. Le parole di Mara sono state subito classificate come “scatto isterico”, e invece che di appalti per i termovalorizzatori si parla dei suoi rapporti con Italo Bocchino e della baruffa con la Mussolini.

Dice Gramellini che questo “è un problema con cui tante donne meno fortunate della Carfagna devono fare i conti ogni giorno negli ambienti di lavoro. Il parere femminile vale meno e non è considerato autorevole.” E ancora che “se sei bella, i maschi ti desiderano ma non ti considerano: e tutti pensano (anche le donne) che la tua carriera non sia merito dei talenti, ma degli amanti. Se poi sei soltanto passabile, ti trattano come una crocerossina, un angelo custode, una bestia da soma: comunque una comparsa nel film del loro successo professionale, intitolato IMPARI OPPORTUNITA’.“ Non ci sono parole più efficaci per dire quale sia  la verità delle cose. Fa piacere che siano parole di un uomo. Ma non basta.

A me fa un po’ ridere, e un po’ mi spaventa, il dibattito mondiale sul declino del maschio, sulla crisi della “virilità”. Se qualcuno ci spiega che i maschi devono re-immaginare la loro mascolinità, altri lanciano l’allarme circa “la fine dell’uomo”.

Perché mi faccia ridere spero sia intuibile senza che io debba entrare nel dettaglio…La ragione del timore, invece, sta nel fatto che mi pare di cogliere (e non solo perché esistono diversi studiosi della psiche umana che si stanno esercitando con la osservazione clinica e scientifica di certi comportamenti) come per molti uomini l’uscita dalla crisi collettiva in cui si troverebbero  stia nel più banale atteggiamento nostalgico, nel rimpianto del mondo nel quale solo gli uomini lavoravano e guadagnavano, quindi comandavano.

Nella ricerca, insomma,  di una riaffermata superiorità maschile.

Un tentativo che è scritto nelle misurazioni del Gap Gender Forum..

 

I dati che il “Centro Donne e Giustizia” ci ha messo a disposizione ci confermano alcune convinzioni, e non a caso – malgrado il momento di grande difficoltà finanziaria – la Provincia continua a considerare prioritario il suo diretto intervento di sostegno all’assistenza alle donne maltrattate, così come penso debbano fare tutti gli altri Enti Locali di questo territorio.

Ed è doveroso l’apprezzamento al Pano Nazionale a supporto della rete dei Centri Antiviolenza predisposto dal Ministero per le Pari Opportunità.

Ma più di ogni altra cosa, avendo definito il 25 novembre come “data politica” ci tenevo a fare oggi una riflessione ampia, che travalicasse la nostra funzione di “erogazione di servizi”.

La cosa più importante che le Istituzioni devono fare, quando si parla di donne, è dare il segno vero, in termini politici, morali, culturali, che il tema della parità e della giustizia  è in cima alla loro agenda.

Per me lo è. Seconda la mia formazione, per l’età e le esperienze che ho potuto fare, e quindi senza scimmiottare nessuno, né impadronirmi del pensiero “storico” su questi temi.

La battaglia si vince con tante armi diverse. L’unica cosa che non potremmo mai perdonarci è smettere di combatterla.

Marcella Zappaterra.

 

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Donne vittime di violenze in tutte le latitudini, in uno spettacolo teatrale di Dacia Maraini, diventato anche un libro presentato dalla Fiera di Torino insieme ad Amnesty International.

Storie. Tristi. Quelle delle donne vittime di violenza, a volte cieca e immotivata, a volte retaggio di una cultura arcaica. Sette storie in tutto, vere, denunciate da Amnesty International: donne, di diverse aree del mondo, con religioni diverse tra loro, con stili di vita diversi, ma accumunate dal medesimo dramma. Queste storie costituiscono Passi Affrettati, spettacolo teatrale scritto e diretto da Dacia Maraini, diventato poi un libro edito da Ianieri Edizioni di Pescara, che testimonia di donne ancora prigioniere della discriminazione storica e familiare.

Lo spettavolo si terrà al teatro Nuovo il 27 novembre alle 18 in collaborazione del Soroptimist club di Ferrara , sede locale dell’Associazione femminile Internazionale Soroptimist che si batte per  “l’avanzamento della condizione delle donne, l’osservanza di principi di elevata moralita’, il rispetto dei Diritti Umani per tutti, l’uguaglianza, lo sviluppo e la pace attraverso il buon volere, la comprensione e l’amicizia internazionale.”

Dacia Maraini e la  presidente del Soroptimist Italia, Wilma Malucelli, dopo lo spettacolo dialogheranno e con il pubblico.

Recensione di Rino Mele pubblicata sul sito ufficiale Passiaffrettati.it

DACIA MARAINI E IL DOLORE – di Rino Mele
“Una volta che ero sola e verdetta e facevo la calza su un balcone ho capito d’essere morta” sono versi che dice un personaggio de “Il Manifesto” di Dacia Maraini del 1969, un’opera teatrale splendida nella cenere luminosa della desolazione, la morte che fa la trama tra le ciglia di giovani donne senza voce, chiuse nel loro ripetuto gridare.

Ieri sera, all’Augusteo, questa straordinaria scrittrice ha presentato il suo “Passi Affrettati”, un lavoro teatrale recente, breve e acuminato, scene rarefatte che ruotano intorno a testimonianze di donne che hanno conosciuto l’orrore della
violenza e la raccontano senza poterne sfuggire. Sono piccoli passaggi di teatro, percorsi dal freddo di sensazioni irripetibili. La violenza non è solo stupro, il corpo di una donna non si stanca di raccontarne le tante maschere. Rileggiamo “Il Manifesto”: ha per tema la storia di una ragazza, Anna, il suo non pacificato parlare.
La scena è il Prato dei morti (sembra una citazione, diversamente lirica, di “All’uscita” di Pirandello) e le sue interlocutrici sono quattro donne, morte. Come all’interno di innumerevoli flash back, Anna mette in rappresentazione davanti a loro le varie stazioni dello strazio del suo corpo. Il primo a misurare per lei lo spazio della tortura, e a costringervela dentro, è stato il padre e la sua sicilianità (che qui è di carattere letterario- quando lontani ancora “Marianna Ucria” e “Bagheria”-).

Il racconto della “storia pellegrina” di Anna (come la chiama la prima delle donne morte), le risposte alle ansiosi richieste del Coro, tracciano come un percorso, una Via Crucis plebea, che termina in una prigione dove Anna s’innamora di una donna che “ha ammazzato il padre e la madre con l’accetta per ragioni di pace” e la prigione
rimanda ad un altro luogo coatto, totalizzante, il manicomio dove Anna finisce (la Guardiana dice: “Guarda che se insisti ti faccio mandare al manicomio criminale”).

Nel “Manifesto”, Anna parla con le quattro donne che, vissute prima di lei, hanno sofferto la stessa storia di separatezza e violenza, e mostra con parole che hanno il ritmo dei versi il suo essere già morta, come loro. Una delle sue interlocutrici, la terza, faceva l’attrice agli inizi del Seicento, “che le donne non avevano ancora l’anima e se salivano sul palcoscenico era solo per vendersi come pezzi di carne salata”. Un’altra, l’ultima, aveva appena sedici anni quando, vestita di un saio, fu bruciata per stregoneria (“e gridavo e gridavo e un cane abbaiava di pietà”).
Nel Manifesto il dialogo è come una trama che s’infittisce sempre più tra Anna e le sue interlocutrici, morte in secoli diversi, con storie lontanissime, ma tutte legate da uno stesso strazio, quello della riconoscibilità del proprio corpo, del malessere che l’incompiuta felicità di essere donna grida scontrandosi con il volto orrifico e dolcissimo della Madre. Un dramma così crudo nella sua essenziale purezza. E’ un’opera che la stessa Maraini giudica epico-didascalica, e vuole insegnare a guardare il dolore, a riconoscere il suono dello strazio.

“Passi affrettati” termina in questa dimensione di ombre, dove niente è più riconoscibile: la giovane protagonista
di uno dei frammenti, Viollca, nella fredda vertigine della violenza appena subita, dice a se stessa “Forse sono già morta”.

Rino Mele

Link al sito ufficiale: http://www.passiaffrettati.it/spettacolo.htm

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Quante sono le donne nei posti chiave delle Regioni e degli Enti locali? Se l’è chiesto l’“Osservatorio Donne nella PA” – promosso da FORUM PA, da futuro@lfemminile e da INAIL – che le ha contate e ha stilato una classifica basata sui numeri di Comuni, città metropolitane, Province e Regioni.

Per quanto riguarda i Comuni, la situazione è difficile sia nei Consigli comunali (11,86% di media, un massimo a Forlì poco sopra il 36% e ben 23 comuni con meno del 5% di consiglieri comunali donne),  sia nelle Giunte comunali (17,8% di media e ben 6 città importanti come Cagliari, Catania, Lecce, Siracusa, Olbia e Vibo Valentia che hanno giunte con assessori solo uomini),  sia nella dirigenza amministrativa apicale (con un 20,4% di media e ben 47 comuni, ossia il 42% del totale, dove non c’è neanche un dirigente generale donna). Secondo una classifica generale che si basa sulle percentuali ponderate delle donne nei consigli, nelle giunte e nella dirigenza di prima e seconda fascia, tenendo anche nella dovuta considerazione le figure di vertice (sindaco e presidente del consiglio comunale), il Comune più “rosa” è Genova seguito da Vercelli, Padova, Rimini e due province sarde: Oristano e Medio Campidano (comune di Villacidro); il comune maglia nera è Treviso, che non ha neanche un assessore né un dirigente apicale donna, preceduta da Potenza, Viterbo, Olbia e Avellino.

Restringendo l’indagine alle 14 città metropolitane (Bologna non è considerata in quanto attualmente commissariata) la situazione non è migliore, anche se abbiamo tre dei sei sindaci donna dei capoluoghi. Dopo Genova, troviamo Napoli, Firenze e Milano. Tra le ultime quattro tre sono città del Sud: Cagliari, Catania e Reggio Calabria, ma ecco anche Venezia.
Situazione leggermente migliore nelle province, che con Trieste raggiungono un punteggio in centesimi di 63,5. Le amministrazioni provinciali che hanno giunte solo maschili sono 20, 56 quelle che non hanno neanche una donna nei vertici apicali. Nella classifica dopo Trieste abbiamo nei primi posti Ferrara, Padova, Reggio Emilia e Modena, mentre in coda come maglia nera Avellino, immediatamente preceduta da Agrigento, Viterbo.

Nelle Regioni il numero delle donne in giunta cresce al 22,1%, anche se sempre basso rimane quello delle consigliere regionali (11,4%).
La regione più “rosa” è l’Umbria con una Presidente, un terzo di donne in giunta e il 44% di dirigenti apicali al femminile, segue un’altra regione con una Presidente donna come il Lazio e poi il Piemonte, l’Emilia-Romagna e la Toscana. Chiudono la classifica il Molise preceduto da Calabria e dal Veneto e Lombardia.

Call Progetti Donne e PA
In questo scenario l’Osservatorio DONNE nella PA promuove un call aperto a tutte le Pubbliche Amministrazioni finalizzato a raccogliere, valorizzare e divulgare azioni concrete volte da un lato a favorire, al proprio interno, attraverso strumenti di flessibilità, lo sviluppo professionale delle donne; dall’altro a sostenere, verso l’esterno, attraverso strumenti di semplificazione burocratica, la conciliazione tra tempi di lavoro e tempi di vita.
Tutte le Pubbliche Amministrazioni (ministeri, enti centrali, regioni, autonomie locali e funzionali) possono partecipare segnalando progetti realizzati, in fase di start up o ancora in fase embrionale. Finalità del call è di raccogliere e mettere in condivisione un patrimonio di iniziative concrete, di esperienze, di idee e di realizzazioni che possano essere utilmente replicate anche in altri contesti.
Il tema scelto per l’edizione 2010 dell’indagine sui buoni esempi è “flessibilità e nuove tecnologie: la moderna gestione delle risorse umane”.
Il CALL chiuderà il 10 ottobre 2010.

Per saperne di più
Osservatorio Donne nella PA

Fonte: http://cm.regione.emilia-romagna.it/pari/news/donne-nei-posti-chiave-delle-regioni-e-degli-enti-locali.-un2019analisi-dell2019osservatorio-donne-nella-pa

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