Feeds:
Articoli
Commenti

Posts contrassegnato dai tag ‘Informazione’

Un articolo che condivido sulla puntata del 10/04 di Report sulla Rete

Milena, mia adorata

Gentile Signora Gabanelli,

per prima cose le devo dire che io la seguo e ammiro da quando, mille anni fa, vidi un servizio in onda su RAI3 che raccontava la vita di un barbone che si lavava a una fontanella. Era dentro a un piccolo programma, era fatto a mano, con le telecamerine, da giovani giornalisti indipendenti, ed era del tutto privo del peso, della collosità, dell’ampollosità ufficiale dei colleghi RAI. Era un programma fresco, agile, umile e tenace. Da allora, Report è cresciuto fino a diventare una istituzione. Io ho visto moltissime puntate, più o meno belle, ma il suo programma resta uno dei pochi per cui sono stato e sto a casa la sera della messa in onda. Ricordo ancora quando, mentre la Destra vi accusava di essere anticapitalisti e antiamericani, avete realizzato una serie intera di confronti tra i servizi pubblici italiani e statunitensi. Ma non stiamo qui a ricordare. Report funziona, e bene, da sempre. Lo sanno tutti.

Certo, Report, come tutte le cose del mondo reale, non è perfetto. Capita che certi servizi funzionino meno di altri, ci mancherebbe altro. Nessuno di noi è sempre allo stesso livello, e pochissimi raggiungeranno mai la qualità e la rilevanza del suo programma, men che meno passando per la coriacea difesa della propria identità sulla groppa di un mastodonte infingardo come la RAI.

In risposta a chi, come me, ha criticato la sua puntata di ieri, ieri mattina lei ha rilasciato un’intervista all’Unità in cui sostiene che il problema della rete e dei suoi utenti che hanno criticato il servizio Il prodotto sei tu di Stefania Rimini stia nella ristrettezza di vedute, nello sguardo ombelicale. «Mi guarda anche la signora Cesira», ha detto. E poi ha spiegato che Report ha dovuto rendere comprensibile a tutti, e quindi fornire di un taglio divulgativo, ciò che molti degli spettatori non frequentano e non conoscono per niente.

Io capisco tutto, Milena, davvero, e sono soprattutto d’accordo sul fatto che la puntata sia quella, sia venuta così, e amen. Perché anche «e amen» nella vita ogni tanto ci vuole. Assumersi le responsabilità e andare avanti è meglio che stare lì a menarla per secoli narcisisticamente. «Viver è melhor que soñar» cantava Elis Regina. E aveva ragione.

Ma per favore, Milena, non mi dica che quel servizio non ha un orientamento, perché non è vero. E non mi dica nemmeno che, a partire da una conoscenza approfondita dell’argomento, Stefania Rimini ha fatto un lavoro di semplificazione divulgativa, perché non è vero nemmeno quello.

Quello che comunica il servizio è soprattutto un senso di rischio, la necessità di cautelarsi dalle insidie più o meno nascoste della rete. Non solo, ma alcune delle spiegazioni sono farraginose e imprecise, non semplificate e comunicative. E il tono generico, a cominciare dal titolo Il prodotto sei tu, è quello di una esibizione del principio di precauzione spalmata su tutto e tutti, con un velo di anticapitalismo molto poco comprensibile per un programma così attento al mondo del lavoro. Una società che si occupa di servizi su internet, un posto con decine di dipendenti giovani e competenti, come ce ne sono a Milano, Roma, in mezza Italia, non s’è vista. Si vede uno che si paga l’affitto con l’hobby delle pubblicità, e soprattutto una che parla di marketing sui social network come fosse la pubblicità di una pubblicitaria anni Ottanta. E le assicuro che io un po’ di gente che lavora nella rete la conosco, e così macchietta della “Milano da bere” non ho mai visto nessuno.

Dopo l’utilizzo improprio di materiale pubblicato su Youtube da parte di Italia1, si sente la discolpa di Youtube, non quella di Mediaset. Uno che conosce e frequenta la rete, anche un diciottenne, capisce che lì c’è qualcosa che non va. Perché queste cose le sa. Ecco. Le sa, e spiega alla propria nonna Cesira (nel mio caso Cesira si chiama Giancarla, è mia madre, e a spiegare sono i miei nipoti diciottenni Valeria e Davide) a cosa stare attenta, e dove può sbizzarrirsi. E le assicuro che non le spiega così. E mia madre capisce. Almeno un po’.

Non è la fine del mondo, Milena. E ha ragione se le voci sdegnose di molti retaioli le sembrano identiche a quelle degli italoamericani che si lamentano per i film di mafia. Molti sono così: chiunque parli della rete è un cretino, non ne sa niente, è una vergogna. Capita in ogni ambito settoriale.

Ma la rete è un servizio, non uno spazio: è l’autostradale, non un grande canotto. E se la si conosce c’è un modo di raccontare le cose essenziali e vere per quello che sono, evitando di trasformare la «policy» in «polizia», e gli investitori in «capitalisti di ventura».

Mi sento di poter dire con grande laicismo, da appassionato spettatore del programma e frequentatore abbastanza assiduo della rete, che la puntata di ieri sera sia stata realizzata da persone che non hanno una autentica dimestichezza con la rete e i suoi servizi, sociali e non. Tutto quello che Stefania Rimini ha fatto è mettere genericamente in guardia il pubblico, cioè una cosa da conservatori pigri, non da Report. Il programma ha parlato senza la sicurezza, la chiarezza, la limpidezza dei giorni migliori, e ha infilato una serie di sciocchezze e banalità che non gli fanno onore.

Mi spiace — e mi spiace davvero, non come quando si dice «mi spiace» ma in realtà si gode — ma è così. Comunque è una puntata, non la fine del mondo.

La saluto.
Con parecchia stima
Matteo Bordone

Read Full Post »

di M. Mantellini – La Rete come presidio della libertà di espressione e di informazione. Ma altrove, non in Italia: dove i numeri indicano un disinteresse crescente verso la pluralità e la qualità dei contenuti

Roma – Già i numeri presentati dall’Istituto Nazionale di Statistica qualche tempo fa mi avevano un po’ preoccupato. Non tanto per i dati (modesti) sulla penetrazione di Internet in Italia, o per quelli sul numero di computer presenti ormai in discreta quantità nelle case degli italiani. In mezzo a quei numeri di continua crescita ce n’era uno molto significativo che avevo volutamente allontanato come si fa con le incombenze sgradite. Mi riferisco al numero di italiani che usa la rete Internet per informarsi che, per la prima volta dopo molto tempo, mostrava un segno negativo passando dal 46,7 al 44 per cento.

Si tratta di una piccola tendenza molto preoccupate, che lo è ancora di più se si considera il livello medio della informazione in questo paese. La grande contrapposizione ideologica che riguarda i maggiori quotidiani e i telegiornali del Paese dovrebbe di per se stessa consigliare i cittadini verso percorsi differenti e maggiormente personali di costruzione della propria agenda informativa. Eppure così sembrerebbe non essere.

Purtroppo la settimana scorsa questa sorta di piccola “cupio dissolvi” informativa è stata in qualche misura confermata da una ricerca presentata dal LaRiCa dell’Università di Urbino, uno studio nel quale possiamo trovare un numero molto ampio di indicazioni sui rapporti fra i cittadini, la Rete e le news. Si tratta di un lavoro effettuato intervistando oltre 1.000 italiani nel corso del mese di dicembre del 2010 e racconta molte cose interessanti. La prima, che tutti sappiamo bene, è che in Italia continua ad esistere una supremazia informativa legata alla televisione, utilizzata da oltre il 90 per cento delle persone; la seconda che Internet è percentualmente l’ultimo dei grandi mezzi di comunicazione utilizzato dai cittadini per raggiungere le notizie.Molti ulteriori dati attenuano la brutalità di una simile classifica, per esempio il fatto che in questi anni si è ampliato il numero di canali informativi utilizzati ed oggi quasi la metà del campione dichiara di informarsi utilizzando 5 o più mezzi differenti. Dicono insomma al LaRiCa che gli strumenti si sommano e non si sostituiscono e anche questa paradossalmente, dato il livello medio imperante, non è una notizia completamente positiva.

Tuttavia dallo studio appare evidente anche che gli adulti siano più interessati alle informazioni rispetto i più giovani, e soprattutto che la scelta informativa è molto spesso generalista e discretamente superficiale. All’Università di Urbino sono gentili e condiscendenti e definiscono questo fenomeno come una tendenza informativa “meno sistematica e più opportunistica: a puzzle”: a me sembra semplicemente che la scelta di utilizzare i portali Internet (Libero, Google News, MSN network) come primo presidio informativo in Rete (questo avviene nel 60 per cento dei casi con una percentuale che sale oltre il 90 nei giovani fra i 18 e i 29 anni) sia una scelta qualitativamente modesta che mal si accorda con una idea di accesso alle notizie in Rete come presidio contro la cattiva informazione imperante altrove. A ruota vengono i siti web editoriali come Repubblica.it e Corriere.it, consultati dal 50 per cento degli intervistati, i siti specialistici (37 per cento), Facebook (23 per cento), i blog personali (18 per cento), Twitter (7 per cento).

Mentre negli USA Internet ha recentemente superato carta stampa e radio nella classifica dei canali informativi utilizzati, da noi non solo la Rete resta al palo ma la tendenza complessiva alla spinta informativa degli italiani sembra più debole che altrove.

Internet è il luogo delle parole: mi viene in mente al proposito una piccola frase dell’editore Mauri che ho letto ieri nel blog di Paola Bonomo e che non riguarda le news ma i libri: “da quando è esplosa internet, nonostante i contenuti gratuiti disponibili, si sono venduti sempre più libri”.

Eppure le parole sono di molti spessori differenti, e se la Rete aiuta a vendere i libri sembra avere effetti di amplificazione minori da altre parti: per esempio in questo paese ci sono circa 18 milioni di profili Facebook, una buona percentuale di questi utenti (circa 12 milioni) accedono alla piattaforma ogni giorno. È piuttosto evidente che, almeno per ora, le tracce di un eventuale effetto di trascinamento della socialità di Rete verso l’informazione in Rete tardino a manifestarsi.

È come se in questo Paese esistessero parole affascinanti ed altre meno. Ed è un peccato, specie se consideriamo che le seconde sono certamente oggi più importanti delle prime.

Massimo Mantellini
Manteblog

Tutti gli editoriali di M.M. sono disponibili a questo indirizzo

Read Full Post »

pubblicato:18-10-2010 da: StefanoManfredini

Tratto daisiti di  Inclusioni Diffuse e Feedback Video

Collaborano all’iniziativa Amnesty International sezione di Ferrara e Arci Ferrara.
Il “Progetto Videoreporter”, patrocinato dal Comune e dalla Provincia di Ferrara, rientra nel progetto più ampio “Inclusioni Diffuse” (www.inclusionidiffuse.net), di cui l’associazione Feedback è partner, sostenuto da Agire Sociale, centro servizi di Volontariato di Ferrara, che coinvolge diverse realtà del territorio sul tema dell’immigrazione, come cultura e conoscenza.

Sono previste due borse di studio per stranieri.

Videoreporter – Introduzione al video-giornalismo

05-11-2010 18:00
Luogo:
Videoteca Vigor – Sala Boldini
Via Gaetano Previati, 18 , Ferrara
Documentari, reportage e servizi
I nuovi strumenti d’indagine
Docente Francesca Botti

 

Videoreporter – Il Video Partecipativo

12-11-2010 18:00
Luogo:
Videoteca Vigor – Sala Boldini
Via Gaetano Previati, 18 , Ferrara
Avvicinare la realtà con uno sguardo laboratoriale
Produrre racconti del reale partecipativi
La distribuzione civile: come fare notizia con ciò che non fa notizia

Docente Stefano Collizzoli

 

Videoreporter – La realtà del documentario europeo: visioni, punti di vista

19-11-2010 18:00
Luogo:
Videoteca Vigor – Sala Boldini
Via Gaetano Previati, 18 , Ferrara
I finanziamenti
Produzione e distribuzione

Docente: Pepe Rovano

 

Videoreporter – Lezione aperta, documentari “Tawantinsuyo” e “Vida Loca”

19-11-2010 21:30
Luogo:
Sala Boldini
Via Gaetano Previati, 18 , Ferrara
“Tawantinsuyo” di José Luis Navarrete Rovano
“Vida Loca” di Stefania Andreotti e Giuseppe Petruzzellis
Ne parleranno gli autori.

 

Videoreporter – L’inchiesta investigativa

26-11-2010 18:00
Luogo:
Videoteca Vigor – Sala Boldini
Via Gaetano Previati, 18 , Ferrara
L’ impegno personale
Le verità “scomode”

Docente: Paolo Mondani

 

Videoreporter – Il mondo dei freelance di oggi

03-12-2010 18:00
Luogo:
Videoteca Vigor – Sala Boldini
Via Gaetano Previati, 18 , Ferrara
Il lavoro di pre-produzione
Come si trovano le notizie
Vendere il proprio lavoro

Docente: Pablo Trincia

 

Videoreporter – Lezione aperta, Paolo Mondani di Report, racconta l’inchiesta “Fuorilegge”.

03-12-2010 21:30
Luogo:
Sala Boldini
Via Gaetano Previati, 18 , Ferrara
 

Fonte: http://ferrarasociale.org/arcipelaghi/events/2010/10/793:paolo_mondani_di_report_e_pablo_trincia_delle_iene_al_corso_videoreporter_nell_ambito_di_inclusioni_diffuse

Read Full Post »

Vi invito a leggere il post di Maddalena Balacco pubblicato su Giornalettismo.com sul “modo” in cui la stampa italiana (ancora non ho trovato un termine per descriverla, forse non esiste in italiano :( ) decida che i termini per decretare la notiziabilità di un’informazione debbano rispondere alla convenienza politica del fatto successo.

Prendendo spunto dai recenti stupri e aggressioni, che hanno decretato l’emergenza “stranieri” ci mostra come l’opinione pubblica venga condotta di volta in volta verso un problema diverso, scelto per lei da chi scrive a seconda degli interessi di “palazzo”, non per dare le notizie al lettore, ma per influenzarne il pensiero, nel rispetto delle agende politiche e non della corretta informazione.

Mostrandoci che oggi più che mai è possibile (e DOVEROSO) reperire i dati grezzi e incrociare le fonti per avere un quadro ben più realistico di ciò che ci circonda di quello che ci viene proposto (imposto), conclude il post con una quanto mai azzeccata frase di Horacio Verbitsky “Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia; il resto è propaganda.”

Read Full Post »

Un altra giornalista uccisa, ancora mentre faceva il suo lavoro, ancora in russia, anche stavolta nel nostro paese molti leggeranno questa notizia con la solita indifferenza e questo nome si andrà ad aggiungere agli altri dei giornalisti uccisi in Russia per motivi politici (Anastasia Baburova, Anna Politkovskaya, Roderick John Scott, Serge Kalinovski, Valery Ivanov, Natalia Skryl, Paul Khlebnikov, Adlan Khassanov, Pavel Makeev, Magomedzagid Varisov, Yevgeny Gerasimenko, Anna Politkovskaya, Ilia Zimine, Gaji Abashilov, Ilya Shurpaev, dal 2002 ad oggi).

Chissà come reagirà il nostro Premier sempre attento alle vicende della nazione del suo amico Putin e se lo difenderà ancora con il gesto del “mitra” contro i cattivi giornalisti russi come fece a in aprile dell’anno scorso?

Non mi dilungo oltre e riporto la notizia dell’omicidio dal Sole24ore:

Anastasia Baburova, venticinquenne praticante della Novaya Gazeta, è morta con una ferita d’arma da fuoco alla testa. Secondo la polizia il vero obiettivo era un avvocato

Anastasia Baburova (Ap/Lapresse) Mosca, 19 gennaio 2009  - L’erede di Anna Politkovskaya è stata uccisa in un agguato insieme a un avvocato icona della lotta per i diritti civili in Cecenia.
Anastasia Baburova, venticinquenne praticante della Novaya Gazeta, è morta nell’ospedale in cui era stata portata con una ferita d’arma da fuoco alla testa. Secondo la polizia è rimasta vittima di un attentato il cui vero obiettivo era Stanislav Markelov, l’avvocato trentaquattrenne che si era battuto contro il rilascio anticipato del colonnello Yuri Budanov, l’ufficiale più alto in grado a essere condannato per crimini di guerra da un tribunale russo.

Markelov aveva appena finito di parlare con i giornalisti quando un sicario gli ha sparato alla nuca e ha poi fatto fuoco contro la giovane giornalista, autrice di numerosi reportage sul crescente razzismo e ultranazionalismo in Russia.

Nel processo contro il colonnello Budanov, Markelov aveva rappresentato la famiglia di Elza Kungayeva, una diciottenne cecena stuprata e uccisa da un gruppo di soldati russi. Nel 2000 l’ufficiale era stato arrestato, incriminato per il delitto e condannato a 10 anni, ma giovedì scorso era tornato in libertà nonostante la campagna condotta dall’avvocato contro il rilascio.

L’uccisione di Elza era diventata il simbolo degli abusi commessi in Cecenia dalle truppe russe e la liberazione del colonnello era stata accolta con un’ondata di proteste. Il padre dell ragazza, minacciato di morte, è costretto all’esilio in Norvegia.

Fonte: Ilsole24ore

Read Full Post »

Oggi vi parlo di (dis)informazione (ma và) e come spesso faccio prendo spunto da ciò che ci propone la rete iniziando dall’ottimo (IMO) post di Gennaro Carotenuto sulla trasmissione di Santoro di giovedì scorso con la relativa polemica con l’Annunziata (che esce dalla trasmissione come il Silvio fece con lei).

annozero Carotenuto parte da un analisi di cosa si può fare in una trasmissione televisiva (performare, narrare e conversare) arrivando alla conclusione che mentre le prime due opzioni nella tv di oggi sono “sparite” la conversazione (le chiacchere) sono il sistema vincente perchè permette di dire tutto ed il contrario di tutto dando a chiunque voce in capitolo indipendentemente dai fatti e dalla loro analisi (l’esempio della “ragazza messa lì ad accavallare le gambe che può essere chiamata a parlare (sic) di genetica o di Resistenza e il suo punto di vista essere anteposto a quello di Rita Levi Montalcini o Claudio Pavone che hanno dedicato ai rispettivi campi di studio tutta la vita” è quanto mai reale);

infatti egli descrive gli errori che (a suo modo di vedere) ha commesso Santoro nella trasmissione, in particolare l’aver mostrato dei fatti che obbligavano Santoro ed i suoi ospiti a prendere posizione sugli stessi, impendendo il solito sano teatrino della par condicio e del politicamente corretto che dai fatti è sempre più distante.

Questo problema è ben presente nella comunicazione dei nostri media, si punta agli slogan, al gioco della tifoseria contrapposta, alla passività dei “consumatori” di informazione, i programmi di approfondimento devono restare programmi di nicchia e/o devono essere considerati per le stupide risse verbali e non per i contenuti, perchè non c’è l’abitudine (e nemmeno la volontà) di fare davvero informazione attraverso fatti e giudizi sugli stessi (di cui ci si assume la responsabilità) ma quella di raccontare storie per fare proseliti (con l’opportunismo di voler stare dalla parte del più forte)  NEGANDO la possibilità di critica e giudizio di un pubblico che deve essere solo “share”.

Wu Ming 2 in articolo in cui critica il saggio di Christian Salmon, Storytelling riporta come Salmon descriva nel suo libro “come e perché i grandi potentati economici, politici e militari hanno colonizzato il nostro immaginario grazie alle tecniche di scrittura creativa. Loro azzeccano una storia e noi li votiamo. Azzeccano una storia e noi compriamo.”

Wu Ming 2 ci fà poi notare come in politica le storie ci sono sempre state, solo che l’accento si è spostato dalle ideologie ai leader, dai programmi agli individui e di come le storie arrivino direttamente a casa tua, saltando ogni mediazione, come moltissime delle merci dell’era del consumo personalizzato.

Infine pone l’accento sulle errate conclusioni di Salmon, indicando come si può contrastare il potere delle storie raccontando altre storie, sgonfiare le favole che ci vengono raccontate basate sulle opinioni con un’informazione che parli dai fatti esaminadoli ed elaborandoli in base alla propria cultura e personalità con l’obbiettivo non della neutralità ma dell’imparzialità (ovvero di descrivere i fatti sempre con lo stesso metro senza assoggettarsi alla parte più “forte” o a quella più “vicina”), tanto per riprendere ciò che dice Travaglio nel suo libro La scomparsa dei fatti.

Luca De Biase sul suo blog parlando proprio della “lite”  ad Annozero critica Santoro perchè la reazione alla critica dell’Annunziata (e qui posso dargli ragione ma solo perchè la “lite con uscita” mette in secondo piano ciò che di buono la trasmissione aveva espresso) pone poi l’attenzione  sulle possibilità che ha il pubblico attivo con la critica, la presa in giro, la disattenzione di premiare un informazione diversa spingendo i protagonisti del potere (economico, politico, televisivo) a essere più trasparenti e qui concordo con lui (sul potere del pubblico attivo) sebbene anche io come alcuni dei suoi commentatori ritenga che nonostante la “faziosità” di Santoro, la sua sia una di quelle trasmissioni da premiare anzichè da disertare (per i motivi sopradescritti) ;)

Yanfry

Read Full Post »

Faccio seguire il post sulla guerra a Gaza del  Centro Servizi Volontariato di Ferrara a questo in cui riporto il dibattito proprosto e tradotto per noi da Globalvoices sulla diversa attenzione riservata dai media sulla guerra nel Congo orientale e sui conflitti mediorientali in Francia (ma il problema è anche italiano), a partire da un articolato intervento su Rue89, dal quale i blogger di differenti posizioni discutono e rilanciano sul tema.
Il problema dell’informazione tradizionale “piegata” ad interessi politici (in italia nonno Silvio lo dimostra giornalmente) e commerciali (fanno più notizia i morti di Gaza che quelli del Congo) non è una novità per nessuno ma mentre internet si appresta a diventare sempre più fondamentale nella vita di tutti i giorni spetta a noi (utenti e non semplici consumatori) mostrarne la capacità di fattore di amplimento della libertà individuale e mezzo di informazione più critico e partecipato di quello proposto (imposto) dai media tradizionali.

 

Si un mort israélien vaut plusieurs morts palestiniens, combien faut-il de cadavres congolais pour un linceul gazaoui?

Se un morto israeliano ne vale molti palestinesi, allora a quanti cadaveri congolesi equivale un sudario gazano?

Interrogarsi sul perchè i conflitti africani, e in particolare la tragedia che si sta consumando nel Kivu, attirino così poca attenzione mediatica [it], è una domanda antica (così come lo è chiedersi perché i media internazionali, quando parlano di Africa, lo fanno solo per segnalarne i conflitti).

Qualche giorno fa, Elia Varela Serra ha trattato qui su GVO l’argomento in questo [it] articolo, traducendo parte di un’analisi [fr] del giornalista Hugues Serraf su Rue89. La posizione di Serraf su questi interrogativi ha suscitato controversie tra i lettori francofoni congolesi e musulmani.

Alcuni lettori di Rue89 concordano con l’opinione complessiva di Serraf.

Rafa spiega perchè i media francesi dedicano maggiore attenzione alla Palestina di quanto non facciano con il Congo.

L’hyper-sensibilité de la société francaise au conflit israelo-palestinien vient du fait de la présence des 2 communautés en france, qui rejoue ici ce qui se passe la bas. D’autre part je pense que Israel étant un pays « occidental » dans le sens ou israel fait partie du « monde libre » (dixit Livni), les francais peuvent s’identifier aux israeliens, et le fait qu’un pays soi disant civilisé, une démocratie comme la notre, avec des gens qui on le meme mode de vie que nous, le meme genre de société, puisse se conduire d’une maniere si barbare, heurte certainement les esprits des gens. En comparaison le conflit au congo fait figure d’énieme drame sur un continent maudit, auquel les gens ne font meme plus attention tant ces drames sont fréquents.

L’ipersensibilità della società francese al conflitto israelo-palestinese deriva dalla presenza in Francia di entrambe le comunità, che tendono a replicare qui quanto accade laggiù. D’altro canto mi sembra che, essendo Israele un Paese “occidentale” nel senso che appartiene al “mondo libero” (come ha detto la Livni), i francesi tendono a identificarsi con gli israeliani, e il fatto che un Paese cosidetto civilizzato, con una democrazia come la nostra, con il nostro stesso stile di vita e un tipo di società simile alla nostra possa comportarsi in modo tanto barbaro, ci terrorizza. Al contrario, il conflitto in Congo sembra l’ennesima tragedia di un continente maledetto a cui la gente non presta più attenzione perché conflitti di questo tipo di situazioni sono così frequenti.

Un altro lettore di Ru89, Pierre Haski, scrive:

Le mois dernier, j’ai même assisté place de la République à une manif de Congolais à propos du conflit dans leur pays. Ils étaient quelques dizaines, coincés entre les cordons de CRS, dans l’indifférence des passants. Samedi, j’ai assisté au démarrage de la manif Palestine, caméras de télé au rendez-vous.

Il mese scorso ho visto una manifestazione congolese [a Place de la République a Parigi], che riguardava il conflitto in corso in quel Paese. Ci sarà stata qualche dozzina di persone, stretti entro i cordoni della CRS [la polizia antisommossa], nell’indifferenza dei passanti. Sabato, invece, ho visto una manifestazione palestinese sul punto di iniziare: c’erano già le telecamere.

Molti hanno tuttavia deplorato l’ignoranza dimostrata dall’autore dell’articolo riguardo il continente africano. Serraf aveva scritto:

Moi, je suis comme vous. Je ne ne sais pas grand chose du Congo et de cette Armée de résistance du Seigneur…Surtout qu’il en y a deux, des Congo! Et puis l’Afrique, c’est extraordinairement compliqué. Entre les catastrophes naturelles, les épidémies, les chefs de guerre en Land Cruiser à tourelle, tout ça… Comment savoir qui sont les méchants et les gentils?

Sono proprio come voi. Non ne so molto del Congo, nè di questo Esercito di Resistenza del Signore [it]… e pensare che ce ne sono due, di Congo! E poi l’Africa è un contintente incredibilmente complesso: tra disastri naturali, epidemie, signori della guerra che se ne vanno in giro sulle loro Land Cruiser, e tutto il resto… come facciamo a sapere chi sono i buoni e chi sono i cattivi?

L’autore prosegue dicendo che, al contrario, il conflitto israelo-palestinese può essere meglio raccontato, in Francia, perchè, perlomeno dal punto di vista del pubblico, è molto più facile stabilire la differenza tra “buoni” e “cattivi”.

Serraf ha poi aggiunto che il conflitto israelo-palestinese va ricevendo maggiore attenzione forse perché, almeno dal punto di vista del pubblico, è assai più facile distinguere il “bene” dal “male”.

Il blogger Alex Engwete [fr], che ha seguito la situazione nel Kivu con aggiornamenti quotidiani sul suo blog, in un commento mette in guardia contro l’autoproclamata ignoranza di Serraf:

J’avais commencé par me tisser une affinité avec votre indignation sur le silence autour de la catastrophe congolaise avant que je ne découvre dans les trois derniers paragraphes où vous vouliez en venir. J’allais même partager avec vous ce que m’avait confié à Nairobi l’un de mes amis pigiste pour la BBC à qui ce noble réseau de diffusion et de répercussion des nouvelles avait demandé de cesser d’envoyer des dépêches sur le Congo si le nombre de morts se chiffrait au-dessous de 50 ! C’étaient des noirs et le cœur des ténèbres, après tout, où la norme, c’est « l’horreur ! L’horreur ! » — depuis Joseph Conrad… Mais je me rends compte avec désillusion que le Congo n’est qu’une balise (prétexte sensationnel) menant vers la chute de votre rhétorique tordue ! Si vous ne connaissez rien du Congo, laissez ses morts tranquilles !

All’inizio mi trovavo d’accordo con la tua indignazione sul silenzio che circonda la catastrofe congolese, poi negli ultimi tre paragrafi ho capito dove volevi andare a parare. Stavo quasi per raccontari quanto mi aveva confidato uno dei miei amici giornalisti alla BBC a Nairobi, e cioè che quella nobile rete d’informazione gli aveva chiesto di… non mandare più resoconti su eventi con meno di cinquanta morti! D’altra parte, si tratta di neri, e il “cuore di tenebra” è proprio lì, dove la norma è “L’orrore! L’orrore!” – almeno secondo Joseph Conrad… Poi mi sono reso conto, disilluso, che il Congo non è altro che un espediente sensazionalista per condurci nel punto più basso di questa tua retorica contorta. Per favore, se non sai nulla del Congo, lascia in pace i morti!

Una famiglia si rifugia in un edificio distrutto dopo essere stata costretta a fuggire dalla propria casa a causa dell’intensificarsi del conflitto nella provincia del Nord Kivu. (Foto concessa dall’UNHCR/ S. Schulman)

Djé scrive quanto segue su case en construction [fr]:

La surmédiatisation des horreurs commises actuellement à Gaza ont tendance à détourner le regard des médias (et par extension du grand public) de celles toujours en cours au Kivu. Certains journalistes peu scrupuleux en profitent même pour instrumentaliser, à des fins de propagande pro-israélienne, la faible couverture médiatique de la guerre à l’est du Congo.

L’iper-attenzione mediatica alle atrocità che si compiono a Gaza tendono a stornare l’attenzione dei media (e, per estensione, anche quella del grande pubblico) da ciò che va tuttora accadendo nel Kivu. Qualche giornalista privi di scrupoli approfittano di questa scarso interesse riservato al conflitto nel Congo orientale per rilanciare la propaganda filoisraeliana.

Djé definisce l’articolo di Serraf “un grossolano tentativo di disinformazione”, consigliando piuttosto la lettura di un intervento sullo stesso tema apparso su kongotimes.info [fr] dove si sostiene che “I due conflitti comportano le stesse paure, hanno più o meno la stessa posta in gioco ed entrambi rischiano di destabilizzare l’intera regione”.

Gli utenti del forum web islamie.com [fr] sono rimasti egualmente delusi dal paragone di Serraf e dal sensazionalismo con cui i media, in generale, si sono occupati degli attacchi su Gaza. Abdullah chiede sarcastico, “Quanti cadaveri afghani equivalgono a un sudario gazano?” [fr]:

Face à l’engouement actuel pour Gaza, je suis très mal à l’aise depuis que j’ai lu une phrase d’Abou Ghazi disant que des massacres il y en a tout le temps notamment en Afghanistan et que personne ou presque ne s’en émeut. Non que je me sente plus concerné qu’un autre ni même moins. Mais une telle phrase, ça révèle (au sens premier du terme) beaucoup de choses.

Quelle misère dans laquelle nous sommes ! Nous nous laissons bercer, berner, balader par les médias.

J’ai sincèrement la nausée.

Alla luce dell’attuale sentimento popolare per Gaza, mi sento molto a disagio dopo aver letto un passaggio in cui Abou Ghazi spiega che in Afganistan ci sono sempre dei massacri di cui nessuno si cura, o quasi. Non è che mi senta più o meno preoccupato per uno o per l’altro. È solo che un’affermazione del genere, ecco, rivela (nel vero senso della parola) molte cose.

Ma in che stato miserabile ci troviamo? Ci facciamo imboccare, imbrogliare e condurre per mano dai media.

Ne sono disgustato.

Jounaïda scrive:

La phrase d’Abou Ghazi renvoie simplement à notre médiocrité. Elle révèle aussi une chose : celle que nous sommes vraiment les pantins des médias, assoiffés toujours de sensationnel.

Des actions concrètes pour nos frères et sœurs opprimés, il en faut et en faudra toujours, du moins tant que ce n’est pas la parole de Dieu qui règnera sur terre.

La frase di Abou Ghazi riflette semplicemente la nostra mediocrità. Ci rivela anche qualcos’altro: non siamo altro che pupazzi nelle mani dei media, sempre assetati di sensazionalismo.

Ciò di cui abbiamo bisogno ora, come sempre, sono azioni concrete per i fratelli e le sorelle in sotto assedio: almeno, finchè non sarà la parola di Dio a governare la terra.

Gaza

Uomini palestinesi seppelliscono il corpo di Lama Hamdan, di 4 anni, a Beit Hanoun, cimitero nel nord della Striscia, il 30 dicembre 2008. Secondo alcuni testimoni, Lama e la sorella stavano passando con il loro carretto nei pressi di una postazione usata da Hamas per lanciare razzi, bersagliata da Israele. (Foto scattata da Amir Farshad Ebrahimi)

Souleymene dice:

…cette reflexion je me la suis posée plusieurs fois depuis ces derniers jours.Mais j’dirais plus, la mobilisation que l’on est en train de vivre n’est qu’un épiphénomene.Quand toute cette affaire va se tasser ( wal 3ilmou liLeh pour son issue) car un moment donné ca va rentrer dans “l‘ordre “, vu les houkams que l’ont a, y’a aucun risque d’embrasement.Les candidats au djihad que l’on a vu dans les télés au Yemen et en Jordanie entres autres n’iront nul part qu’ ALLAH les retribue pour leur intentions.Les musulmans retourneront à leur préoccupations mondaines, la Palestine sera oubliée et le sang versé à Gaza avec.

…Mi sono posto questo genere di domanda molte altre volte negli ultimi giorni. Vorrei dire di più: la mobilitazione che stiamo vivendo è solo un epifenomeno. Quando tutto ciò finirà (lo sa Allah…), ci sarà un momento in cui tutto sembrerà tornare all’”ordine”, e visti i governanti che ci ritroviamo, non ci saranno rischi di agitazioni popolari. Le potenziali jihad che vediamo in televisione, in Yemen, in Giordania e altri posti, non porteranno a nulla, che Allah li ricompensi per le loro intenzioni. I musulmani torneranno ai problemi di tutti i giorni, la Palestina sarà dimenticata, così come il sangue versato a Gaza.

Read Full Post »

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

%d bloggers like this: