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Articolo originario: http://www.estense.com/?p=291064

La presidente preoccupata per i tagli da decreto per debiti alle imprese

admin-ajax.phpVia libera ai pagamenti della pubblica amministrazione alle imprese. Finché ci saranno le pubbliche amministrazioni però. L’atteso sblocco ai fondi degli enti locali per i debiti commerciali scaduti verso le imprese nasconde un pericolo di bilancio. Quello delle stesse p.a. Almeno per quanto riguarda le province. Lo aveva già affermato venerdì scorso il presidente dell’Upi, Antonio Saitta: “Se verrà confermato il taglio di 1,2 miliardi di euro, saranno a rischio la sicurezza di decine di migliaia di km di strade provinciale e di migliaia di edifici scolastici, dove non potremo più garantire servizi e manutenzione”.

Dopo l’incontro con il ministro dell’Economia Vittorio Grilli le province si attendevano misure meno drastiche. Ora, il decreto varato ieri dal Consiglio dei Ministri ha stabilito i criteri di ripartizione dei tagli previsti dalla spending review nei confronti delle Province. Secondo quanto spiega una nota di Palazzo Chigi, nel caso in cui non si trovi l’intesa in sede di Conferenza Stato-città ed autonomie locali “si prevede che, per gli anni 2012 e seguenti, ad eccezione del 2013 e 2014, le riduzioni saranno operate in proporzione alle spese per consumi intermedi”. La ripartizione è confluita nel decreto sulla liquidazione dei debiti commerciali assieme al rinvio della Tares e ad alcune misure per il riequilibrio dei bilanci regionali.

Comuni e Province possono pagare da subito il 50% del debito con la cassa che hanno a disposizione, mentre per il restante dovranno chiedere un’autorizzazione ministeriale entro il prossimo 30 aprile a cui il ministero dovrà rispondere entro il 15 maggio, per poi comunicare alle aziende coinvolte entro il prossimo 31 maggio importi e date dei pagamenti dovuti. Le amministrazioni potranno cominciare a pagare i debiti subito dopo la pubblicazione del decreto, cioè da oggi.

Ma giusto il tempo di un primo esame del decreto e dall’Upi si alza di nuovo una voce di preoccupazione: “Continuiamo ad avere grossi dubbi sulla capacità che il decreto, cosi come è stato approvato dal Consiglio dei Ministri, riesca davvero ad avere effetti immediati – è il timore di Saitta -. Ci sono ancora troppi vincoli che rischiano di impedire alle Province e ai Comuni di pagare, da subito, buona parte delle somme rimaste bloccate”. E per quanto riguarda la tabella dei tagli ai bilanci delle Province contenuta nel decreto pagamenti, “mostra nero su bianco – aggiunge Saitta – la drammaticità della situazione. Sono numeri impressionanti, con queste cifre le Province non potranno nemmeno chiudere i bilanci”.

Marcella Zappaterra, sentita alla vigilia dell’approvazione del decreto, aveva già ‘annusato l’aria’: “se confermano la prospettiva di raddoppiare i tagli alle province possiamo scordarci di chiudere il bilancio”. Una verifica dall’ufficio ragioneria e il gioco è fatto: dai 2,9 miliardi di euro in meno la Provincia di Ferrara passerebbe a 5,9. “In quel caso cosa ci resta da fare? Se già prima ci sentivamo ‘congelati’, ora possiamo dirci ‘impacchettati’. Tanto vale mandarci subito a casa e chiudere le province”. Così non sarà e quindi, l’unica soluzione – dovesse arrivare conferma dello scenario dipinto dal Castello – “sarà quella di restituire le deleghe alla Regione”. Vale a dire scuole, strade “e tutti gli interventi che non potremo più fare”. E poi? “E poi ci autodenunciamo per non aver rispettato il patto di stabilità”. Congelati, impacchettati e – si fa per dire – ammanettati…

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 di Tommaso Del Lungo

Nel Decreto Legge sulle liberalizzazioni, viene annunciata una boccata d’ossigeno per i creditori delle PA: immediatamente disponibili 5,7 miliardi di euro per estinguere parte dei debiti accumulati dalle amministrazioni pubbliche verso i creditori. Ma da dove spuntano questi soldi? Semplice: da comuni, province e regioni, che dal 29 febbraio prossimo saranno obbligati a versare la propria liquidità di cassa a Banca d’Italia. Ne parliamo con Carlo Rapicavoli, Direttore Generale della Provincia di Treviso che in un recente articolo ha sollevato il problema. 

In molti hanno salutato con entusiasmo la pubblicazione in gazzetta ufficiale, lo scorso 24 gennaio, del Decreto Legge 1/2012“Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività”, cosiddetto decreto sulle liberalizzazioni. In particolare nell’analisi che ne ha fatto la stampa è stato dato risalto al fatto che l’art. 35 del Decreto indica che il debito della PA verso i fornitori (che per Confindustria ammonta a circa 70/90 miliardi) venga alleggerito immediatamente, rendendo subito disponibili 5,7 miliardi. In pochi però si sono soffermati nell’analisi del modo in cui lo Stato reperirà questa cifra. Noi lo abbiamo appreso grazie ad un articolo diCarlo Rapicavoli, Direttore Generale della Provincia di Treviso, che denunciando una grave “compressione dell’autonomia degli enti locali”, spiega che l’improvvisa liquidità dello Stato non è poi così improvvisa, ma deriva dal ritorno (fino al 2014) dell’istituto della tesoreria unica per tutti gli enti locali. Si tratta, quindi, della liquidità accumulata da regioni, province e comuni, che – in due trance, il 29 febbraio e il 16 aprile – saranno obbligati a versare alla Banca d’Italia, prima il cinquanta, poi il cento per cento delle somme depositate sui loro conti correnti.

“Si tratta di una grave limitazione dell’autonomia delle regioni e degli enti locali – spiega Rapicavoli – che in questo modo vengono privati di un importante strumento di gestione finanziaria che è risultata ampiamente vantaggiosa per le casse pubbliche. Un atto che non mi sembra eccessivo paragonare ad un commissariamento”. 

Il prima e il dopo

Cerchiamo di chiarire bene, però, di cosa stiamo parlando e cosa cambia con l’articolo 35 del Decreto liberalizzazioni del Governo Monti. La norma attualmente in vigore in tema di tesoreria per gli enti locali e regionali risale al 1997 e – dopo un periodo di sperimentazione – è entrata a regime nei primi anni Duemila, istituendo per le autonomie locali un servizio di tesoreria misto. “In pratica – ci spiega Rapicavoli – tutti gli enti locali possiedono un conto infruttifero presso la Banca d’Italia, all’interno del quale confluiscono i trasferimenti diretti da parte dello Stato; ed un proprio sistema di tesoreria – affidato tramite gara ad un operatore commerciale del sistema bancario – in cui affluiscono i tributi locali, i pagamenti di diritti, i finanziamenti di altro tipo etc.” Per Rapicavoli questa novità ha concesso a molti enti una effettiva autonomia finanziaria e, nei casi più virtuosi, anche un notevole vantaggio economico come la possibilità di ottenere servizi a costi bassi o nulli per l’amministrazione, condizioni vantaggiose per alcune categorie di cittadini ed interessi attivi sulla liquidità accumulata.

Con il Decreto liberalizzazioni, invece, si sospende la norma del 1997 (almeno fino al 31 dicembre 2014) e si torna a quella pre-vigente, datata1984, che prevede l’istituto della tesoreria unica.
Se il decreto liberalizzazioni sarà quindi convertito in legge con lo stesso testo con cui è stato approvato dal Consiglio dei Ministri, gli enti dovranno trasferire alla Banca d’Italia tutta la liquidità depositata presso il proprio tesoriere. Inoltre, nel caso in cui esistano investimenti diversi dai titoli di stato, questi devono essere smobilizzati (senza alcuna analisi dell’eventuale vantaggio o svantaggio) e la liquidità deve confluire in Banca d’Italia.

Perché è un problema

“La conseguenza più immediata – spiega Rapicavoli – è che gli enti non avranno più la possibilità di disporre direttamente della propria liquidità. L’articolo 35, infatti, è il medesimo che prevede l’impegno dello Stato di ripagare parte dei debiti accumulati negli anni con i fornitori. In Banca d’Italia, dunque, i soldi non rimarranno vincolati, ma potranno essere utilizzati per altri scopi. Non è impossibile ipotizzare una situazione in cui un ente locale emetterà un mandato di pagamento, ma la Banca d’Italia non avrà liquidità per coprirlo”. Tuttavia, sebbene importantissimo, questo è solo uno dei problemi che gli enti locali si troveranno a fronteggiare, un altro particolarmente importante in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo riguarda la cancellazione dal prossimo bilancio di un’entrata cospicua come quella degli interessi attivi.  “Gli enti virtuosi – continua Rapicavoli – che per il patto di stabilità non sono riusciti a spendere tutta la propria liquidità, perderanno in questo modo entrate significative. Stiamo parlando di cifre importanti se un ente medio come la Provincia di Treviso ha circa 60 milioni di euro «bloccati», ma che producono dei buoni interessi”.

Altro problema, non irrilevante, è che i servizi di tesoreria sono stati affidati tramite gara pubblica sulla base di alcuni parametri inseriti nei bandi. “Treviso, ad esempio, aveva fatto includere la possibilità di erogare mutui a tassi agevolati per i cittadini, o servizi aggiuntivi a costi ridotti per particolari categorie svantaggiate… il tutto a costo zero per l’amministrazione provinciale, perché la banca trovava un corrispettivo nella possibilità di gestire la liquidità dell’ente. Visto che questo requisito fondamentale verrà a mancare dovremo necessariamente rinegoziare il contratto di tesoreria, e stavolta sarà solamente un costo”. 

La ratio della norma

Date queste premesse si vede come il ritorno temporaneo alla tesoreria unica non si tradurrebbe in un risparmio, perché per interloquire con la Banca d’Italia gli enti locali dovranno comunque avvalersi dei servizi di un operatore bancario.
“Non si tratta nemmeno di una norma per arginare gli abusi dell’autonomia finanziaria – spiega Rapicavoli – perché il legislatore era già intervenuto per impedire l’utilizzo di prodotti finanziari rischiosi come i «derivati» che negli anni passati avevano generato vere e proprie catastrofi per gli enti locali”.

Insomma per Rapicavoli la ratio è abbastanza evidente: “L’amministrazione centrale si trova immediatamente con una liquidità (altrimenti impensabile) di circa 8,6 miliardi (questa la cifra prevista dalla relazione tecnica che accompagna il Decreto, ma probabilmente saranno molti di più). Tuttavia non possiamo ignorare che così facendo si cancellano tutti gli sforzi fatti per far nascere e sviluppare nelle amministrazioni locali responsabilità, capacità di programmazione e di monitoraggio della spesa, che sono la base della buona gestione dell’ente”. 

Fonte: http://saperi.forumpa.it/story/65383/i-soldi-pagare-i-debiti-lo-stato-se-li-fa-prestare-obbligatoriamente-dagli-enti-locali

Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/ 

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Altre mille tonnellate di sale acquistati per prossime ondate di maltempo

Trascorsi cinque giorni, dalla mezzanotte di mercoledì uno alle 24 di domenica cinque febbraio, segnati dal maltempo e dall’emergenza neve su tutto il territorio provinciale, è tempo di tirare alcune somme.
Si tratta in sostanza dei numeri che hanno caratterizzato il piano neve messo in campo dalla Provincia. Ammontano infatti a duemila le tonnellate di sale, pari a circa 160mila euro di costo, sparse a più riprese sul reticolo viario di competenza dell’amministrazione del Castello Estense. Operazione resa possibile dall’impiego di 27 automezzi, tra lame spartineve e spargisale, che sono stati impegnati in media 18 ore al giorno ciascuno. In totale hanno coperto una distanza di circa 10mila chilometri, con un costo complessivo di 150mila euro.
Il fenomeno meteorologico cui maggiormente le forze della Provincia hanno dovuto far fronte è stato quello dei cumuli di neve riportati dal forte vento dai piani campagna sulle carreggiate. Accumuli fino allo spessore di oltre 40 centimetri in numerosi punti della viabilità e che è stato difficoltoso rimuovere definitivamente, perché le persistenti raffiche di vento hanno riprodotto ripetutamente il fenomeno.
Comunque, alla volta della mattinata del sabato 4 febbraio è stato possibile aprire 12 corridoi, specie per consentire il transito dei mezzi di soccorso nei centri abitati per rispondere alle necessità più urgenti di pronto intervento.
L’ospedale del Delta, Copparo, Cento, Argenta, Portomaggiore, Comacchio, sono alcune di queste zone rese percorribili per rendere più agevole l’accesso ai presidi sanitari del territorio.
Da domenica 5 febbraio tutte le strade provinciali sono state sostanzialmente liberate dalla neve e rese accessibili al traffico, tranne la Cispadana e il tratto di Sp da Migliarino a Final di Rero, che comunque sarà liberata nel corso del pomeriggio di oggi stesso.
Solo la Cispadana, invece, rimarrà chiusa all’accesso veicolare fino a che non sarà possibile ripristinare condizioni di oggettiva sicurezza.
Nel frattempo il Castello Estense sta facendo rifornimento di nuove scorte di sale per altre mille tonnellate e si sta predisponendo l’intera macchina organizzativa del piano neve per il nuovo allerta meteo di domani e del prossimo fine settimana.
Mettendo in conto poi le ulteriori due salature delle strade effettuate all’inizio della stagione fredda, ad oggi la Provincia ha speso complessivamente 450mila euro per fronteggiare l’emergenza neve, senza contare le mille tonnellate aggiuntive di sale in arrivo nei magazzini, che da sole valgono quasi 80mila euro.
“Se nei giorni scorsi – commenta la presidente della Provincia, Marcella Zappaterra – c’era l’emergenza neve, adesso per quanto ci riguarda è altrettanto chiara anche l’emergenza economico – finanziaria e di bilancio”.

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“Il nuovo decreto legislativo del Governo sul fotovoltaico desta forti preoccupazioni per gli enti locali” .

A dirlo senza mezzi termini è la presidente della Provincia, Marcella Zappaterra, che aggiunge:

“Il rischio, stante la retroattività di alcuni articoli, è di compromettere attività e investimenti sia nel settore pubblico che in quello privato, con gravi danni all’economia, agli enti locali e per quanto riguarda la diffusione delle energie rinnovabili”.
L’allarme è tale che gli stessi operatori del settore hanno rivolto un appello al Presidente della Repubblica, che solleva un vizio di illegittimità e richiede di riportare il termine di scadenza al 31 dicembre 2013.
Il pericolo concreto – prosegue Marcella Zappaterra  – se non si pongono in atto misure correttive, che auspichiamo vengano rapidamente apportate, a garanzia di quanto già contrattualmente operante, è il blocco dei finanziamenti da parte di istituti di credito anche per opere già appaltate con lavori in corso. Comuni ed enti locali in genere – precisa – avranno entrate minori con problemi molto pesanti e  con ripercussioni sui bilanci dei prossimi 20 anni”.
I guai non risparmiano poi i privati. “Per gli imprenditori del settore – dice infatti la presidente – si prospetta, stante le condizioni poste dal decreto, il blocco dei lavori e, in caso di concessioni ed autorizzazioni rilasciate anche dalle Province, un forte rischio di contenzioso dove le gare sono già state fatte ed i lavori iniziati ”.
“Occorre pertanto – incalza la presidente – che le opere già appaltate mantengano le tariffe vigenti al momento dell’inizio dei lavori, fino alla fine dell’anno, e  garantire che l’Enel, o altro gestore, attivi entro questo termine, le necessarie connessioni di questi impianti con la rete elettrica e qualora ciò non sia possibile, richiedere una proroga di almeno altri tre mesi”.

“Il testo del nuovo decreto – è il commento secco di Marcella Zappaterra –  nell’affermare che cambieranno le tariffe e che le stesse saranno stabilite entro il 31 maggio con altro decreto e senza precisare a quanto ammonteranno le riduzioni prospettate, crea di fatto un ulteriore blocco delle iniziative e danno alle amministrazioni,  in un momento economico dove opere e lavori sono basilari per far ripartire l’economia”.
“Occorre favorire la Green Economy – conclude – e non penalizzarla con leggi che non danno certezza, ne minano le fondamenta e creano un clima che danneggia l’economia e compromette seriamente lo sviluppo, specie in un momento nel quale ci sarebbe tanto bisogno di incoraggiare iniziative anziché frenarle, segnatamente quelle che vanno nella direzione della produzione di energia pulita”.

Marcella Zappaterra

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Una proposta che va nella direzione di un vero federalismo, di una politica che governa nell’interesse dei cittadini. Queste le premesse che stanno alla base dell’emendamento al decreto “milleproroghe”, presentato dai deputati del Partito Democratico eletti in Emilia-Romagna. Nel testo dell’emendamento, il cui primo firmatario è l’on Massimo Marchignoli, si chiede al Governo di modificare il testo del decreto inserendo una norma relativa all’utilizzo del Patto di stabilità territoriale approvato dall’Assemblea Legislativa della Regione Emilia-Romagna nel dicembre scorso. In questo modo le Regioni potranno dotarsi di un sistema che permetta di allentare i meccanismi del patto di stabilità, liberando risorse in grado di rilanciare il volano economico degli Enti Locali.

“Il governo accolga questo emendamento – è l’esortazione di Marchignoli -, dimostrerà così che crede nel federalismo come assunzione di responsabilità dei governi regionali, rispettandone l’autonomia e favorendo le reali volontà di creare un sistema virtuoso tra le Regioni i Comuni e le Province. E’ la scelta compiuta dal presidente della regione Emilia-Romagna, di concerto con i sindaci ed i presidenti delle Province. Intralciare questo percorso – conclude il deputato – sarebbe sbagliato, punitivo per le comunità locali, lesivo dell’autonomia costituzionale delle Regioni e, in ultima analisi, antifederalista”.

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Un incontro venerdì 4 dicembre alle 9,30 nella sala dei Comuni in Castello Estense

La Provincia di Ferrara ha organizzato un incontro nazionale dal titolo: “Il bilancio 2010, problematiche di governance e controllo delle partecipate degli enti locali”, in programma venerdì 4 dicembre nella sala dei Comuni in Castello Estense, con inizio alle 9,30.

L’incontro, presieduto dall’assessore provinciale al Bilancio Davide Nardini, sarà aperto dalla presidente della Provincia, Marcella Zappaterra.  A seguire, le relazioni di Giovanni Ravelli, componente dell’Osservatorio sulla finanza locale del Ministero dell’Interno e consulente dell’Upi nazionale, e Aldo Carosi, consigliere della Corte dei Conti. Attorno alle 13 le conclusioni di Onelio Pignatti, presidente dell’associazione Contare e direttore generale della Provincia di Modena.
Fra i temi al centro del dibattito il patto di stabilità 2010 e le sue implicazioni legate alla crisi economica e alla possibilità di far lavorare le imprese del territorio;  il patto territoriale tra la Regione Emilia-Romagna, i Comuni e le Province per reagire a scelte che non vanno nella direzione dello sviluppo;  il bilancio di previsione 2010 della Provincia come esempio virtuoso di amministrazione.
Con questo appuntamento la Provincia si pone come punto di riferimento dei Comuni del territorio per quanto riguarda gli aspetti legati alla gestione della finanza, dei bilanci e delle aziende partecipate e lo fa con l’attivazione dei uno “sportello per la finanza locale”.
L’iniziativa dell’amministrazione di Piazza Castello è fra le prime a livello nazionale a proporsi come supporto nella tempestiva e corretta conoscenza e applicazione di un quadro normativo particolarmente complesso, che riguarda numerosi aspetti contabili e di gestione finanziaria: dal problema dei trasferimenti erariali, sempre più condizionati dai tagli e dalle modifiche al regime tributario dei Comuni (abolizione Ici prima casa), alla fisiologica diminuzione delle entrate in momenti di crisi economica, alla gestione del patto di stabilità, le cui regole sono variate ogni anno con le conseguenze restrittive sugli investimenti pubblici e sulle difficoltà di pagamento dei fornitori.

Fonte: http://www.provincia.fe.it/?nav=126&news=652262AB807297F8C125768000341B0D

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