La data del 25 novembre può essere definita, a tutti gli effetti una “data politica”.
Diversamente dall’8 marzo, che ha assunto una valenza soprattutto simbolica, il 25 novembre parliamo delle buone prassi delle pubbliche amministrazioni, della loro capacità di realizzarle in collaborazione con un associazionismo femminile il cui impegno va ben oltre quello della testimonianza, parliamo di femminicidio e dei numeri che ne delineano la tragica portata, tentiamo di interrogarci su questo fenomeno e parlarne, coinvolgendo quante più persone possibile.
Perché resta, ancora, invisibile agli occhi di troppi.
Da quale cultura o subcultura proviene la violenza sulle donne?
Anche dalla nostra.
Si annida in ogni contesto sociale, nelle menti di uomini di ogni estrazione, di ogni religione, di ogni convinzione politica.
Colpisce le donne più “normali”, con le vite apparentemente più facili.
Così come colpisce quelle meno privilegiate, che si arrabattano tra un lavoro fuori casa, pagato meno di quello maschile, e quello domestico, gratuito.
Arriva, in estremo, a determinare il destino delle donne usate, comprate, vendute, sfruttate come merce del sesso .
Per questo – lo abbiamo detto tante volte – per contrastare e prevenire la violenza contro le donne che imbarbarisce e impoverisce tutti, abbiamo bisogno di maggiori diritti di cittadinanza per le donne e di maggiore rappresentanza.
Abbiamo bisogno di una nuova cultura sociale e giuridica.
Ci serve – serve a tutte noi, dovunque ci si collochi politicamente – che i nostri pensieri, le cose che facciamo, siano riconosciuti. E serve che i nostri problemi, le tragedie che ci colpiscono in quanto donne, siano correttamente considerati: una donna picchiata dal marito non è – come ho sentito dire di recente in una sede peraltro autorevole – uno dei tanti soggetti deboli che le Istituzioni devono aiutare. E’ qualcosa di più grave, il segno di una “malattia” alla cui cura non basta qualche benda e un po’ di riposo.
Sono troppe le semplificazioni, troppi i luoghi comuni, troppe e imperdonabili le sottovalutazioni.
La responsabilità stanno dovunque, spero di riuscire a spiegare bene cosa intendo con quello che dirò.
La cultura che invochiamo è, infatti, ancora molto lontana da qui.
Ad esempio, voglio qui ricordare un pronunciamento della Corte di Cassazione del 2 luglio scorso, con il quale è stata cancellata la condanna per maltrattamenti contro la moglie inflitta ad un uomo.
L’annullamento della condanna è stato motivato dal fatto che “lei aveva carattere e non era intimorita” dagli insulti, dalle ingiurie, dalle umiliazioni e dai maltrattamenti fisici.
Nella motivazione della sentenza si legge: “Perché sussista il reato di maltrattamenti in famiglia, occorre che sia accertata una condotta abitualmente lesiva dell’integrità fisica e del patrimonio morale della persona offesa, che, a causa di ciò, versa in una condizione di sofferenza”.
Non possiamo quindi sorprenderci se i dati sulla violenza sono allarmanti e se ogni due giorni una donna viene uccisa per mano maschile, come esito di stalking o di violenza domestica.
La stessa Giustizia sembra non tenere conto del fatto che la violenza rimane la prima causa di morte fra le donne, e che dalle indagini statistiche risulta che è ancora troppo alto il numero delle donne soggetto a molestie e a ricatti sessuali sul lavoro.
Eppure, Giustizia e Leggi dovrebbero essere in grado di “leggere” questa realtà, e dovrebbero promuovere un “nuovo sentire” su questi temi.
Fra giugno e agosto di quest’anno è stato un susseguirsi continuo di casi di femminicidio. Di recente un uomo ha ucciso nello stesso giorno due ex partner. Eliminate perché “non fossero più di nessuno”. Una concezione proprietaria della donna, una forma patologica di amore come possesso, incapacità di accettare il rifiuto, di elaborare l’abbandono e sopportare la libertà della donna di decidere del proprio destino.
Il ricorso alla violenza è spesso la manifestazione di un deficit di capacità relazionale. Forse da qui bisogna partire per rimediare in qualche modo al suo dilagare.
Per prevenire occorre certamente puntare sull’educazione al rispetto, ma sono tra quelli che pensano che sia indispensabile anche la riflessione su altri ambiti.
La legge dovrebbe essere in grado di adeguarsi a questa realtà, e dovrebbe promuovere un “nuovo sentire” su questi temi. E’ particolarmente doloroso dover ammettere che non è così, e che la bocciatura della Corte è un ostacolo su questa strada.
Ma, una volta di più, non stupiamoci.
Se non bastasse la nostra attenta osservazione di ciò che capita in questo Paese, a sottolineare la carenza tutta italiana in materia di pari opportunità arriva il rapporto 2010 sul Gender Gap del World Economic Forum, secondo cui il nostro Paese scende dal 72esimo (2009) al 74esimo posto nella classifica che misura il divario di opportunità tra uomini e donne in 134 nazioni. Una classifica che ci vede dopo il Malawi e il Ghana, a un passo dall’Angola e dal Bangladesh. “L’Italia continua a risultare uno dei Paesi dell’Ue con il punteggio più basso ed è peggiorata ulteriormente rispetto all’anno scorso”, osserva il Wef nel suo quinto rapporto.
Nella classifica 2010 guidata da Islanda, Norvegia, Finlandia e Svezia, l’Italia (che nel 2007 era risultata persino 84esima nella classifica globale) è superata anche da numerosi Paesi in via di sviluppo come il Mozambico (22esimo) o il Botswana (62), mentre tra i Paesi ad alto reddito, solo una manciata registra risultati più bassi dell’Italia. Tra questi Malta (83), Giappone (94) e Arabia Saudita (129).
Giunta alla quinta edizione, la graduatoria del Global Gender Gap Report è elaborata in base a un indice che valuta i Paesi secondo criteri di distribuzione di risorse e opportunità tra uomini e donne, a prescindere dal livello globale di risorse, misurando quattro elementi: partecipazione e opportunità economica delle donne – materia per la quale l’Italia occupa la 97esima posizione – l’accesso all’educazione (qui l’Italia ha una relativamente buona 49esima posizione), le differenze tra uomo e donna in termini di salute e di aspettative di vita (95esima) e l’accesso femminile al potere politico (54esima). Nella cassifica globale la Cina è 61esima, la Russia 45esima e il Brasile 85esimo. Ultimi in classifica sono Pakistan (132), Ciad (133) e Yemen (134).
In questi dati si trova l’origine della cultura che porta alla violenza sulle donne.
Nella fotografia di una società che non ha ancora capito fino in fondo che donne e uomini sono uguali: le donne hanno meno lavoro, meno soldi, scarsa possibilità di accedere all’esercizio del potere.
A questo aggiungiamo strumenti giuridici inadeguati, come ho già detto e, dulcis in fundo, una mentalità diffusa retrograda e spesso maligna, alimentata da una buona dose di ignoranza.
Anche il principio, così elementare in apparenza, dell’uguaglianza viene malamente tradotto: uguaglianza significa che nessuno dei due generi si può ricondurre ad un unico modello, uguaglianza significa che ognuno si può realizzare secondo le sue personali inclinazioni.
Da noi, in troppi parlano delle donne come di una categoria, negando il diritto ad una piena soggettività ad ognuna di noi, ed agendo una semplificazione che ci costringe a fatiche immense per ottenere ciò che potremmo guadagnarci senza troppo sforzo.
Non per fare della facile polemica politica, e certo non per strumentalizzare opportunisticamente la circostanza di cui sto per parlare, ma il “caso” della Ministra Mara Carfagna mi pare davvero emblematico.
Lo ha detto bene, con intelligente ironia, Massimo Gramellini sulla “Stampa” di martedì: se il ministro in questione si fosse chiamato Mauro Carfagna, la discussione sulle sue parole avrebbe avuto un altro tono. Le parole di Mara sono state subito classificate come “scatto isterico”, e invece che di appalti per i termovalorizzatori si parla dei suoi rapporti con Italo Bocchino e della baruffa con la Mussolini.
Dice Gramellini che questo “è un problema con cui tante donne meno fortunate della Carfagna devono fare i conti ogni giorno negli ambienti di lavoro. Il parere femminile vale meno e non è considerato autorevole.” E ancora che “se sei bella, i maschi ti desiderano ma non ti considerano: e tutti pensano (anche le donne) che la tua carriera non sia merito dei talenti, ma degli amanti. Se poi sei soltanto passabile, ti trattano come una crocerossina, un angelo custode, una bestia da soma: comunque una comparsa nel film del loro successo professionale, intitolato IMPARI OPPORTUNITA’.“ Non ci sono parole più efficaci per dire quale sia la verità delle cose. Fa piacere che siano parole di un uomo. Ma non basta.
A me fa un po’ ridere, e un po’ mi spaventa, il dibattito mondiale sul declino del maschio, sulla crisi della “virilità”. Se qualcuno ci spiega che i maschi devono re-immaginare la loro mascolinità, altri lanciano l’allarme circa “la fine dell’uomo”.
Perché mi faccia ridere spero sia intuibile senza che io debba entrare nel dettaglio…La ragione del timore, invece, sta nel fatto che mi pare di cogliere (e non solo perché esistono diversi studiosi della psiche umana che si stanno esercitando con la osservazione clinica e scientifica di certi comportamenti) come per molti uomini l’uscita dalla crisi collettiva in cui si troverebbero stia nel più banale atteggiamento nostalgico, nel rimpianto del mondo nel quale solo gli uomini lavoravano e guadagnavano, quindi comandavano.
Nella ricerca, insomma, di una riaffermata superiorità maschile.
Un tentativo che è scritto nelle misurazioni del Gap Gender Forum..
I dati che il “Centro Donne e Giustizia” ci ha messo a disposizione ci confermano alcune convinzioni, e non a caso – malgrado il momento di grande difficoltà finanziaria – la Provincia continua a considerare prioritario il suo diretto intervento di sostegno all’assistenza alle donne maltrattate, così come penso debbano fare tutti gli altri Enti Locali di questo territorio.
Ed è doveroso l’apprezzamento al Pano Nazionale a supporto della rete dei Centri Antiviolenza predisposto dal Ministero per le Pari Opportunità.
Ma più di ogni altra cosa, avendo definito il 25 novembre come “data politica” ci tenevo a fare oggi una riflessione ampia, che travalicasse la nostra funzione di “erogazione di servizi”.
La cosa più importante che le Istituzioni devono fare, quando si parla di donne, è dare il segno vero, in termini politici, morali, culturali, che il tema della parità e della giustizia è in cima alla loro agenda.
Per me lo è. Seconda la mia formazione, per l’età e le esperienze che ho potuto fare, e quindi senza scimmiottare nessuno, né impadronirmi del pensiero “storico” su questi temi.
La battaglia si vince con tante armi diverse. L’unica cosa che non potremmo mai perdonarci è smettere di combatterla.
Marcella Zappaterra.
Mi piace:
Mi piace Caricamento...
Read Full Post »